“Non si risenta la gente per bene, se non mi adatto a portar le catene”: i nostri 20 anni senza Faber

Oggi sono vent’anni che Fabrizio ci ha lasciati. Inutile stare a chiedersi cosa avrebbe detto, cosa avrebbe scritto su di noi, se fosse stato qui adesso. E poi, in ogni caso, non sarei certo io la persona più adatta per dirvelo: De André non l’ho mai incrociato, lui è morto lo stesso anno della mia nascita. Tuttavia, un modo per conoscerlo l’ho avuto: le sue canzoni. E chi lo sa, forse è meglio che sia andata così: ho conosciuto Faber solo attraverso la sua musica. Quello che ha voluto dirmi lui, non quello che di lui hanno detto gli altri.

Non si risenta la gente per bene, se non mi adatto a portar le catene”: la citazione del titolo viene da una delle primissime canzoni di De André, Il fannullone. Scritta nel 1963 assieme a Paolo Villaggio, uscì sull’altra facciata del 45 giri di Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers. Sulla copertina del singolo c’è un Fabrizio al quale siamo poco abituati: pullover blu, cravatta, orologio e la solita sigaretta tra indice e medio. Nonostante il faccino ripulito, quel Fabrizio non si adattava affatto a portar le catene: Il fannullone racchiude il primo seme dell’allergia alle imposizioni e al moralismo della “gente perbene” che accompagnerà De André per tutta la vita.

Negli anni immediatamente successivi, allentata la cravatta, Fabrizio scriverà La guerra di Piero, La canzone di Marinella, Geordie, Bocca di rosa… e Il fannullone fu – ingiustamente – dimenticata, anche dallo stesso De André.
Io penso che ne Il fannullone ci sia già, in nuce, tutto quello che serve a capire Fabrizio – ammesso e non concesso che De André si possa autenticamente capire: scrive per farsi capire chi compila i foglietti illustrativi dei farmaci, non i poeti né tantomeno i cantautori. L’obiettivo di Fabrizio, penso, era innanzitutto quello di dire quello che pensava nella forma che gli era più congeniale: usava parole semplici, ma il suo modo di usarle non era semplice affatto. È con questa semplicità, con questo candore che il fannullone della canzone si giustifica: “Non si sdegni la brava gente, se nella vita non riesco a far niente”.

Ma è vero che il fannullone “non fa niente”? Le uniche attività del fannullone che potrebbero essere considerate tali – oltre a quella di “dormire al giorno quattordici ore” – sono cantare storie, amare, e sognare. Ma questo, per la “gente perbene”, equivale a far nulla. Ma se sognare, amare, cantare non sono “cose utili”, allora siamo contenti – con il protagonista della canzone e De André stesso – di essere fannulloni. E se non servissero veramente a nulla? Cristiano De André riferisce una frase di Fabrizio: “Una canzone può anche non servire, ma conviene sempre scriverla”. Una vita può anche non servire, ecco, ma conviene sempre viverla. Ciao Fabrizio. Ti vogliamo bene.

Francesca Trinchini

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