52 anni ci lasciava Totò: il principe della risata italiana

Il principe della risata, grande interprete poetico e melanconico della commedia italiana, si spegneva 52 anni fa.

Totò è lo pseudonimo con il quale era conosciuto Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio

Ma chi era Totò?
Il principe della risata, pseudonimo riconosciutogli perchè è stato uno dei maggiori interpreti della storia del teatro e del cinema italiano, nasce nel 1898 nel Rione Sanità da Anna Clemente, che lo registò all’anagrafe con il suo cognome (Antonio Vincenzo Stefano Clemente).
Nel 1921 sposa il marchese Giuseppe de Curtiis che riconobbe il piccolo Antonio come suo figlio, passandogli così titolo.

Dodici anni più tardi, nel 1933, venne adottato dal marchese Francesco Maria Gagliardi che gli trasmise i suoi titoli gentilizi. Solo a partire dal 1946 il Tribunale di Napoli gli riconobbe il diritto di fregiarsi dei nomi e dei titoli di: Antonio Griffo Focas Flavio Dicas Commeno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, altezza imperiale, conte palatino, cavaliere del sacro Romano Impero, esarca di Ravenna, duca di Macedonia e di Illiria, principe di Costantinopoli, di Cicilia, di Tessaglia, di Ponte di Moldavia, di Dardania, del Peloponneso, conte di Cipro e di Epiro, conte e duca di Drivasto e Durazzo.

L’educazione del giovane Antonio venne affidata interamente alla madre che, peraltro, ebbe il merito di affibbiargli il soprannome col quale tutti lo conosciamo: Totò. Lo chiamava così per una questione di celerità, oltre ad essere il classico soprannome partenopeo di chi si chiama Antonio.
A 14 anni decise di lasciare gli studi e di andare a lavorare come inbianchino, ma la sua passione per il teatro era fortissima tanto che lo portò ad abbandonare gli studi.

Totò iniziò a recitare giovanissimo in piccoli e scalcinati teatri di periferia, proponendo al pubblico imitazioni e macchiette. All’inizio il riscontro dal pubblico fu tiepido perchè non entusiasta di questo genere di spettacoli.
Il giovane sedicenne, amareggiato e scoraggiato dall’insuccesso della sua carriera da attore, si arruolò come volontario nell’esercito, ma anche qui non trovò la sua dimensione perchè aveva difficoltà a rispettare le gerarchie.

Astutamente riuscì a trovare una via d’uscita, si fece ricoverare, evitò così di finire in prima linea nella guerra che ssarebbe scoppiata di lì a poco.

Si dice che la frase “Siamo uomini o caporali?” fu ispirata proprio dal periodo in cui Totò ebbe quella breve esperienza nell’esercito.

Finita la guerra tornò nella sua città natale dove potè riassaporare l’amore per il teatro. Nel 1922, visto il poco successo che la sua terra gli aveva dato, decise di trasferirsi a Roma con tutta la famiglia, dove riuscì a farsi assumere dalla compagnia di Giuseppe Capece.

Il compenso non era sufficiente, tale che davanti alla richiesta di aumento, Capece decise di licenziarlo.

Ma in realtà non fu un male per il giovane determinato Totò. Infatti si presentò al Teatro Jovinelli dove debuttò recitando il repertorio di Gustavo de Marco.   Finalmente arrivò il meritato successo.

In brevissimo tempo le locandine riportavano il suo nome a caratteri giganteschi, i teatri iniziarono a volerlo, i contratti fioccavano da il Teatro Umberto, il Triaton, il San Martino di Milano e il Maffei di Torino.

Ma il vero grande successo, la consacrazione di lui come attore avvenne dove tutto ebbe inizi, Napoli, con gòo spettacoli della rivista “Messalina”, accanto a Titina de Filippo.

Anche la sua vita privata vide dei cambiamenti. Dall’unione con Diana Bandini Rogliani , che sposerà nel 1935, nacque Liliana. La coppia divorziò poi quattro anni dopo, in Ungheria, dove decisero di vivere insieme fino al 1950.

Totò non aveva soltanto una dote, ma aveva un forte carisma che lo distingue(va) dagli altri attori. Viene annoverato come caposaldo delle maschere della commedia dell’arte, insieme a grandi comici come Buster Keaton e Charlie Chaplin.

La “dote” acquisita, se così possiamo definirla oggi, di Totò, ovvero il naso storto, gli regalò un viso particolare da sfruttare fino in fondo. Secondo i più, fu un ceffone di un precettore del collegio dove studiava a deviargli il setto nasale. In seguito questo difetto determinerà l’atrofizzazione della parte sinistra del naso e quindi quella particolare asimmetria che caratterizza il volto del comico in maniera così inconfondibile.

Ival suo volto rappresenta davvero una maschera unica anche grazie alla capacità di utilizzare quell’asimmetria che caratterizza il suo mento per sottolineare momenti comici. Bisogna dire però che se il successo popolare è eccezionale ed indiscutibile, la stampa non gli risparmia critiche più o meno giustificate, sicuramente contrassegnate da un’eccessiva severità, dimostrando in questo di non capire il suo genio comico fino in fondo (viene tacciato di buffoneria e di ripetere troppo spesso le stesse battute).

Fra i riconoscimenti ottenuti si possono citare la Maschera d’argento (nel 1947), cui fa seguito nel 1951 il Nastro d’argento per l’interpretazione nel film “Guardie e Ladri” di Steno e Monicelli. Totò ha scritto anche diverse canzoni, fra cui vi è annoverata la celeberrima “Malafemmena“.

Nel 1952 si innamora di Franca Faldini cui resterà legato fino alla morte. Dalla loro unione nacque un bambino che, purtroppo, morirà poche ore dopo il parto.

Nel 1956 torna al teatro con la rivista di Nelli e Mangini “A prescindere“.
Gli impegni della tournee gli impediscono di curare una broncopolmonite virale che gli provoca una grave emorragia all’occhio destro, l’unico da cui vedesse dopo il distacco della retina avvenuto per l’altro occhio vent’anni prima, cosa che, però, non lo fermò. Anzi la sua determinazione ad andare avanti era molto forte, e così fece.

Nel corso della sua carriera pubblicò una sua biografia “Siamo uomini o caporali?” una raccolta chiamata “A Livella

Pochi giorni prima che morisse, forse in preda allo sconforto o, come spesso capita ai grandi artisti, in preda ad un senso di “insoddisfazione” per aver dato troppo poco dichiarò di voler chiudere in fallimento, che non era stato degno di tutto ciò che il teatro gli avesse dato e di non averlo sfruttato.

Morì nella sua casa di Via dei Monti Parioli, 4; alle 3:35 del mattino (l’ora in cui era solito coricarsi era le 3:30 circa) del 15 aprile 1967, all’età di 69 anni: venne stroncato da un infarto dopo una lunga agonia, tanto sofferta a tal punto che lui stesso pregò i familiari e il medico curante di lasciarlo morire.

«Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però, per venire riconosciuti in qualcosa, bisogna morire.»

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