“Sulla mia pelle” da oggi nelle sale e su Netflix: l’avvocato della famiglia Cucchi in esclusiva su Trend&Moda

Un film importante è un film che in Italia farà sempre discutere, nel bene o nel male. Ed è quello che è accaduto con “Sulla mia pelle”, pellicola presentata in anteprima nazionale alla 75ma edizione del Festival di Venezia e accolta da 7 minuti di applausi. Questo può accadere solo se si racconta una storia altrettanto importante come quella che il film di Alessio Cremonini ha voluto narrare. Gli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, morto in circostanze ancora del tutto da chiarire il 22 ottobre di 9 anni fa tra le mura del carcere di Regina Coeli mentre si trovava in custodia cautelare, vengono narrati in 100 minuti grazie anche alla bravura di Jasmine Trinca, Max Tortora, Milvia Marigliano e soprattutto Alessandro Borghi nel ruolo di Stefano.  Questo film, in realtà, non detiene un vero e proprio messaggio da indirizzare allo spettatore, come ha tenuto a sottolineare l’avvocato della famiglia Cucchi, Fabio Anselmo, al nostro magazine. “La forza di questo film è rimessa alla descrizione del dolore dei protagonisti. Cremonini ha svolto un lavoro formidabile, come tutti gli interpreti, soprattutto Alessandro Borghi che si è trasformato in Stefano. La prima volta che abbiamo visto una bozza della pellicola, Ilaria è rimasta sbalordita dalla trasformazione dell’attore che aveva appreso addirittura il modo in cui camminava suo fratello.”

Ma il film non deve fare sconti alla persona di Stefano e infatti si attiene ai verbali del primo processo che descrivono la sua sofferenza, quella stessa sofferenza che l’ha portato a morire. Tutto questo viene confermato dall’avvocato Anselmo, “È un film estremamente aderente alla realtà, peraltro alla realtà presente nei verbali del processo sbagliato, che non sono stati nemmeno oggetto di particolare interesse da parte di giudici e magistrati”.
La famiglia Cucchi ha accolto con piacere l’idea di un film che raccontasse gli ultimi giorni di vita di Stefano, “Raccontare le ultime ore di vita del loro caro non ha fatto altro che restituire allo stesso quella dignità e umanità di cui era stato privato, soprattutto perché Stefano è diventato “il caso Cucchi”, un vero e proprio caso giudiziario e in quanto tale si rischia sempre, come effettivamente è successo, che la dialettica processuale e la cronaca giornalistica spersonalizzino la vittima che viene sempre identificata con il caso”. L’errore che si tende a compiere dinanzi questi casi giudiziari è quello di dimenticarsi che la vittima sia una persona, “Ci si dimentica che le vittime sono persone dotate di sentimenti, di un’anima e di una vita propria, si magari con i propri difetti ed errori, ma pur sempre con tanti aspetti umani apprezzabili e con diritti umani inviolabili, questo è fondamentale”, rimarca il legale. “Non parliamo di categorie, immigrati o tossicodipendenti, ma di persone e l’errore che si è compiuto in questo caso, nei primi 6 anni del processo è stato non solo responsabilizzare la vittima stessa della propria morte ma addirittura la propria famiglia, quasi a colpevolizzarli dell’accaduto”.

Tralasciando le polemiche di natura semi-politica che “Sulla mia pelle” ha creato, non poteva che fare scalpore il fatto che la produzione del film sia per metà di una delle piattaforme streaming più importanti del momento, ovvero Netflix. Ma quello che ha fatto più discutere è stata la polemica che si è sviluppata intorno alla sua proiezione. Infatti, il film arriverà oggi nelle sale e su Netflix, scatenando l’ira delle associazioni di categoria e dei proprietari delle sale cinematografiche -cosa che è accaduta anche per “Roma”, film Netflix di Alfonso Cuaron vincitore del Leone D’oro -. Ma Anselmo non è della stessa linea d’onda. “Noi non abbiamo avuto alcun ruolo nel film, se non quello di fornire i verbali, di raccontare quello che era la famiglia Cucchi al tempo, e per di più non riceviamo alcun tipo di compenso economico. Quello che si sta scatenando in questi giorni da un lato è molto bello dall’altro ci dispiace. Non spetta a noi giudicare la politica commerciale della proiezione, vorremmo solo che il film venisse visto da più persone possibili. Il fatto che venga trasmesso su Netflix in 190 paesi del mondo oggettivamente è un grande avvenimento. Ma allo stesso tempo c’è un interesse molto forte nel vederlo anche nelle sale cinematografiche date le richieste di intervento che riceviamo ogni ora. Forse qualche gestore di sala si è posto qualche problema in più, in quanto da come vedo c’è un grandissimo interesse che non verrà esaurito solo con la proiezione su Netflix, ma mi auguro che da domani in poi venga proiettato anche in tantissime altre sale”.

Anselmo, classe 1957 è stato ed è il legale di diverse vittime di abusi in divisa, primo fra tutti Federico Aldrovandi, del cui caso è stato autore anche di un libro, edito Fandango e in libreria da qualche mese. Ma imbracciare cause simili non è semplice per un avvocato e i bastoni tra le ruote sono tanti, “Io in tutti questi processi sono stato indagato, questo dice già tutto. Sono processi estremamente difficili, dove il contesto è omertoso, ostile spesso intimidatorio. Tutto questo l’ho descritto in “Federico” , racconta l’avvocato senza disdegnare l’ipotesi di un futuro libro su Stefano Cucchi.

Ma la tortura è uno dei veri problemi di natura culturale del nostro paese, che ha a che fare con casi simili a quelli di Cucchi ed Aldrovandi, sottolinea l’avvocato. Ilaria, sorella di Stefano, aveva raccolto in pochissimi giorni 250 mila firme per l’approvazione di una legge contro la tortura alla quale ovviamente i sindacati di polizia si erano opposti. Allora la domanda che lo stesso Anselmo pone è “Chi ha paura di una legge sulla tortura perché ha paura?” e la sua risposta, immediata e spontanea non poteva che essere “chi ha paura  della legge sulla tortura evidentemente la pratica e quindi la teme – spiega il legale ferrarese – come chi teme la legge sulla corruzione, evidentemente la pratica. Una simile legge disciplina comportamenti che sono fuori legge, non legittimi. Non è che con una legge sulla tortura vengono trasformati in legittimi comportamenti illegittimi e viceversa. La tortura punisce comportamenti già vietati dalla legge che costituiscono un illecito penale, quindi in teoria non si dovrebbe avere paura di una legge che punisce già un illecito” , conclude.

Quindi sparisce la fiducia nello Stato? Secondo Anselmo la risposta non può che essere negativa. “Si deve avere fiducia nello Stato, perché lo Stato siamo noi. Se ci arrendiamo è chiaro che lo Stato non esiste più. Dobbiamo rivendicare i nostri diritti, essere vigili sul rispetto degli stessi, essere promotori del rispetto della legge e di una evoluzione in senso sempre più garantista della tutela dei diritti fondamentali. Se neghiamo la fiducia allo Stato automaticamente siamo fuori e legittimiamo cose che non andrebbero legittimate. La fiducia non va mai persa”.

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