Tanto tuonò che poi..piovve. The Rain conquista Netflix. O forse no? Il popolo del web si divide

Annunciata come una tra le serie tv più personali e appassionanti del momento, “The Rain” ha esordito su Netflix lo scorso 4 maggio. Prodotta in Danimarca e co-creata da Jannik Tai Mosholt, Esben Toft Jacobsen e Christian Potalivo, narra di uno scenario post apocalittico nel quale affonda la Scandinavia a seguito di un’improvvisa pioggia che, nel venire a contatto con le persone, risulta estremamente letale poiché affetta da un non ben precisato virus.

L’episodio pilota si apre con Simone (tipico nome danese, vero?), giovane studentessa che in tutta fretta è costretta ad abbandonare un compito in classe a causa del padre che, senza un’imminente spiegazione (che non verrà mai fornita, in realtà) la preleva per portarla, in compagnia della madre e del fratellino, in un rifugio segreto. Al riparo dal pericolo, dunque. Una volta al suo interno, però, il padre decide di separarsi da loro. Simone e Rasmus restano, così, da soli con la madre. Dopo pochi minuti si sente bussare alla porta e Simone, pensando che il padre fosse tornato a prenderli, decide di aprire. Purtroppo non è così e la madre, nel tentativo disperato di chiudere la porta per salvar loro la vita, viene a contatto con la pioggia e muore. Simone e Rasmus resteranno da soli per sei lunghi anni all’interno del bunker.

Questa, a grosse linee, è la trama della puntata che apre la prima – e fin’ora unica – stagione. Senza svelare o discutere nel dettaglio i restanti sette episodi, ci lasciamo andare ad alcune considerazioni. Il trailer, abilmente confezionato per mostrare i punti di forza della sceneggiatura, in realtà aveva illuso di trovarsi di fronte a un prodotto maturo, personale e di grande spessore. Non fosse altro per non cadere in tutti gli ovvi cliché che uno scenario d’isolamento inevitabilmente presenta. Giocare col rischio è un’avventura in cui vale la pena imbarcarsi solo se si hanno idee realmente valide e spendibili e, spiace dirlo, ma, da questo punto di vista “The Rain” non ha convinto. Man mano che gli episodi si succedono la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di visto e rivisto si consolida. Del passato dei personaggi veniamo a sapere poco per volta (come in tutte le serie tv) ma, invece che crescere di puntata in puntata, questi, nel complesso, restano assolutamente poco attrattivi, privi di mordente e, cosa ancora più grave, di carisma. Ma non finisce qui, perché se a tutto ciò sommiamo la totale assenza di una seppur minima capacità di risultare credibili e non stereotipati, capiamo bene come la spendibilità complessiva degli stessi sia terribilmente latente. E, fatta eccezione per Alba August, il cui background teatrale la eleva effettivamente sul resto del cast, ciò che resta è poca roba.

Altro problema sono i giganteschi vuoti di trama, i colossali voli pindarici che si alternano durante gli episodi. In più di un’occasione ci si trova spaesati di fronte allo schermo a cercare di capire questo o quel momento, questo o quel discorso, questo o quel passaggio. A volte, addirittura, la sensazione è quella di essersi appena svegliati e, quindi, aver perso qualche fase. E non sto esagerando. Gli otto episodi scorrono relativamente senza grossi impacci – questo va detto – ma si lasciano guardare con la stessa sufficienza con la quale si guarda un telegiornale in attesa di una notizia interessante che sai, però, essere imminente. Ecco, per restare sulla metafora, questa notizia in “The Rain” non arriva mai. La stagione non decolla, non sterza verso l’imprevedibilità, non aiuta lo spettatore a entrare in empatia coi personaggi. In alcuni momenti è addirittura grottesca, verrebbe da dire.

Come già sottolineato, la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di ampiamente visto è costante in tutte le puntate, senza eccezione alcuna. Chi ha un minimo di esperienza col genere trattato, poi, riesce tranquillamente a prevedere cosa accadrà con largo anticipo. Peccato, perché l’idea era intrigante, l’ambientazione scandinava anche (dopo il successo spagnolo con “La Casa de Papel”, Netflix sperava di attecchire anche in Danimarca) e le premesse per un ennesimo successo c’erano tutte. In attesa di una seconda stagione, che speriamo essere nettamente migliore di questa, non possiamo che giudicare come sufficiente (giusto perché siamo buoni) la serie tv danese. Ma, e mi rivolgo agli sceneggiatori, cercate di capire cosa volete fare da grandi.

Federico Falcone
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