Grazia sotto pressione. Il coraggio (e la vita) secondo Ernest Hemingway

«A volte quando inizio una nuova storia e non riesco ad andare avanti, mi siedo di fronte al camino e inizio a schiacciare la buccia di alcune piccole arance verso gli angoli delle fiamme e osservo gli zampilli blu che si creano. Mi alzo e guardo fuori verso i tetti di Parigi e penso, “Non preoccuparti. Hai sempre scritto in passato e scriverai ora. Tutto ciò che devi fare è scrivere una sola frase vera. Scrivi la frase più vera che conosci.” Così finalmente scrivo una frase vera, e parto da là. Era facile perché c’era sempre una frase vera che conoscevo o che avevo sentito dire da qualcuno. Quando mi accorgevo che stavo scrivendo in maniera elaborata, o come qualcuno che introduce un tema o presenta qualcosa, mi fermavo e tagliavo la tiritera, buttavo via e ricominciavo dalla prima vera semplice frase dichiarativa che avevo scritto. »

(Da Festa Mobile di Ernest Hemingway)

Una volta, qualcuno chiese a Ernest Hemingway cos’era per lui il coraggio. Rispose con quella che in italiano è un’espressione intraducibile: “Grace under pressure“, letteralmente “grazia sotto pressione”.

La parola “grazia” come la intendiamo nella lingua italiana dall’animal grazïoso e benigno di Dante alla graziosa luna di Leopardi, per non parlare di Foscolo – porta sempre con sé, oltre che profonde reminescenze cristiane (Ave Maria, piena di…), certe idee di piacevolezza e di cortesia tipicamente associate alla femminilità. La “grazia” di Hemingway è tutt’altro. Il suo concetto di “grace” si adatta molto meglio alla definizione che ne diede Čechov nell’Ottocento: “Quando un uomo usa il minimo numero possibile di movimenti per compiere una definita azione, quella è la grazia.” La “grazia sotto pressione” che per Hemingway costituirebbe il coraggio non è dunque la svolazzante leggiadria di una scultura di Canova, ma l’energia, l’efficienza, addirittura la disinvoltura nelle situazioni più gravi. Questo temperamento è uno dei cardini non solo dello stile letterario di Hemingway, ma anche della morale che permea i suoi romanzi e muove i suoi personaggi, definita da Vittorini “ideale stoico”.

Stoicismo” è un’altra delle parole chiave di Hemingway, anche se, più che allo stoicismo romano, la sua filosofia somigliava forse più al bushido giapponese. Racconta Fernanda Pivano in Hemingway: “Lo stoicismo che fu una delle caratteristiche della sua vita fin dall’infanzia […] fa da base al suo codice d’onore per il quale la forza deve sempre essere accompagnata dal coraggio e dalla generosità anche se non sempre (anzi, quasi mai) la giustizia trionfa. Quasi tutti i suoi libri sono impostati sulla lotta tra il bene e il male, dove il male è rappresentato dalla vigliaccheria e dalla falsità e il bene è rappresentato dalla lealtà e dal coraggio: una lotta in cui si svolge un’eterna caccia, con un cacciatore che finisce quasi sempre per essere sconfitto dall’animale o dall’oggetto cacciato.” Qui è impossibile non ripensare a Il vecchio e il mare e a uno dei suoi passaggi più celebri: “Un uomo può essere distrutto, ma non può essere sconfitto.” E questa è stata la parabola anche della vita di Hemingway: distrutto infine, ma non sconfitto, dalla malattia mentale e dalla vecchiaia, scelse il suicidio. Il fratello, Leicester Hemingway, paragonò il suo gesto al suicidio rituale dei samurai, Elio Vittorini alla cicuta di Socrate: “L’ultimo gesto di Socrate, così, è il gesto essenziale dell’uomo, in Hemingway; e non di auto‑distruzione, ma di adempimento: gratitudine estrema, in amaro e noia, verso la vita.” Perché Hemingway, si sa, la vita l’amò sempre.

Francesca Trinchini

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