Alice Cooper e quell’incontro con Dalí, tra surrealismo e hard rock

Nel 1973, Salvador Dalí creò un ritratto del cervello di Alice Cooper utilizzando pasticcini al cioccolato, formiche, diamanti e la prima tecnologia olografica. Nel numero S/S18 del magazine Another Man, il noto rocker ricorda il suo eccentrico incontro con il re dell’arte surrealista.

Aprile 1973. Addirittura per gli eccentrici standard del St. Regis Hotel – un hotel di lusso del 1904 al centro di Manhattan, rifugio per gli amanti delle Belle Arti frequentato abitualmente da Marlene Dietrich, Ernest Hemingway e John Lennon – quella fu un’entrata scenografica.  “All’improvviso queste cinque ninfe androgine vestite di chiffon rosa fecero il loro ingresso“, dice Alice Cooper, ricordando il suo primo incontro con Salvador Dalí nel King Cole Bar dell’hotel. “Erano seguite da Gala, la moglie di Dalí, che indossava un tuxedo da uomo con coda, cappello a cilindro, e portava un bastone d’argento. Poi arrivò Dalí. Lui indossava un gilet animalier (tipo pelle di giraffa), scarpe da Aladino dorate, una giacca blu di velluto, e calzini viola scintillanti che gli furono regalati da Elvis.” Dopo aver annunciato la sua presenza esclamando e scandendo bene “Da-lí è qui!“, l’artista richiese un giro di Scorpion per i suoi ospiti: rum, gin e brandy serviti in una conchiglia con un’orchidea posta a decorazione. Dopodiché ordinò per sé un bicchiere di acqua calda. Lo appoggiò su un piedistallo e tirò fuori dalla tasca un vasetto di miele, quindi cominciò a versare il liquido nel bicchiere, innalzandolo con fare drammatico affinché formasse delle bollicine in superficie all’impatto e tagliando il flusso con un paio di forbici. Alzò poi le braccia al cielo, dando il via a un giro di applausi da parte dei suoi accoliti. “Io e il mio manager ci guardammo esterrefatti“, racconta Cooper. “Realizzai a quel punto come tutto riguardasse Dalí! Il mondo girava intorno a lui. Io non lo stavo semplicemente incontrando. Stavo entrando nella sua orbita.

Così iniziò uno dei più strani e più affascinanti incontri artistici del ventesimo secolo. Nel 1973 sia Cooper che Dalí – 25 e 69 anni all’epoca, rispettivamente – erano all’apice della loro forza. Ora è riconosciuto come geniale capostipite dello shock-rock, ma all’epoca Cooper era una rockstar che godeva di una reputazione da “poco raccomandabile”. Una serie di hit dai toni sovversivi – come School’s Out – si erano riversate in un’ondata di sentimento di disagio giovanile che si sarebbe poi tramutato in punk. I suoi live show sanguinolenti, nel frattempo, che includevano serpenti vivi, bambole decapitate e sangue finto – e che culminavano ogni sera con la sua decapitazione alla ghigliottina – fecero di lui il flagello dell’ordine costituito. “Il suo incitamento all’infanticidio e il suo sfruttamento commerciale del masochismo sono un evidente tentativo di insegnare ai nostri bambini a cercare il loro destino nell’odio, non nell’amore” disse il politico Leo Abse al Parlamento inglese quello stesso anno, sostenendo che a Cooper si sarebbe dovuto vietare l’ingresso nel Regno Unito per aver “promosso la cultura del campo di concentramento“.

Dalí, ovviamente, era già da tempo considerato il maestro del macabro. Superstar del surrealismo, l’artista spagnolo viveva secondo il motto “l’importante è diffondere la confusione, non eliminarla“. Avendo visto il successo di Cooper come un’opportunità per creare nuove forme di oltraggio, Dalí già stava escogitando il piano per rendere loro due “sovrani dell’assurdo” del pianeta Terra. Ma c’era un piccolo problema. Quando Dalí cominciò a spiegare a Cooper la sua idea di farlo diventare il “primo ologramma vivente al mondo“, che si sarebbe chiamato “Primo cromo-ologramma cilindrico del cervello di Alice Cooper“, le sue parole non vennero fuori in inglese, bensì in una lingua confusa e inventata, che mescolava svariate lingue europee. “Una parola era in italiano, una in francese, una in spagnolo e una in portoghese” racconta Cooper riguardo l’Esperanto di Dalí. “Non aveva senso in alcun modo. Riuscivi a capire un quinto di quello che diceva!
Tuttavia, nonostante la barriera comunicativa, il cuore di Cooper sobbalzò. In qualità di studente di arte alla Cortez High School di Phoenix, Arizona, i fantastici dipinti di Dalí – disseminati di orologi che si sciolgono, uova e formiche – gli avevano comunicato qualcosa in un modo ugualmente misterioso. “Dalí era il nostro eroe” dice, ricordando l’ossessione che condivideva con il suo compagno di scuola e futuro compagno di band
– come bassista – Dennis Dunaway. “Prima che arrivassero i The Beatles, lui era tutto ciò che avevamo. Guardavamo i suoi dipinti e ne discutevamo per ore. Al loro interno era contenuta anche una buona dose di ironia. Quindi, quando formammo la nostra band, venne piuttosto naturale prendere alcune delle sue immagini – come la stampella – e usarle nelle nostre performance.

 Al momento del suo album da milioni di copie School’s Out del 1972, Cooper era diventato una star mondiale. Rintanato nella sua affollata villa da 42 stanze in Connecticut, con un pupazzo a grandezza naturale raffigurante sé stesso che pendeva dal soffitto della sala, una cappella convertita in sauna con bar e una stanza per gli animali che includeva un boa constrictor di nome Yvonne, la sua quotidianità era strana esattamente come Dalí se la immaginava. Con un tale stile di vita, sembrava inevitabile che per Cooper la chiamata dal suo eroe sarebbe prima o poi arrivata. 
I collaboratori di Dalí chiamarono il mio manager e spiegarono che aveva visto uno dei miei show in uno stadio” spiega Cooper. “Disse che gli sembrava di aver visto uno dei suoi quadri prendere vita, e che quindi voleva che lavorassimo insieme.
Inutile a dirsi, Dalí aveva perfettamente in mente cosa fare nell’ambito della loro collaborazione. Due anni prima aveva fatto amicizia con un artista sudafricano di nome Selwyn Lissack che stava anch’egli alloggiando al St. Regis (Dalí passava tutti gli inverni all’hotel, alloggiando sempre nella stanza 1610). Lissack – che poi si stabilì in California – gli spiegò che, seppure le tecniche olografiche fossero ancora a uno stadio primordiale, queste gli avrebbero dato la possibilità di creare arte oltre i confini dello spazio lineare, usando i raggi laser come pennello. Dalí – il cui lavoro era stato già da tempo specchio del suo interesse verso la simmetria tridimensionale – ne rimase affascinato. Impressionato dagli esempi mostratogli da Lissack, creati dal collaboratore Lloyd Cross, offrì all’artista sudafricano 500 dollari per creare un ologramma 12×24″ raffigurante Cooper, conosciuto come multiplex, che, visto da diverse angolazioni, avrebbe rappresentato una scena animata. Per ottenere tale risultato – ci vollero sei mesi di tempo – Lissack si adoperò a trovare una vasta gamma di attrezzatura altamente tecnologica, incluse luci alogene al tungsteno, lampade al mercurio e un laser 2mW, da posizionare in un grande studio dalle pareti bianche proprio al St. Regis, per cominciare quindi quattro giorni di scatti.

Ad ogni modo Dalí, showman come sempre, si assicurò che anche la fase della realizzazione venisse eseguita con un certo fare surrealista. Il primo giorno, di fronte all’intero corpo stampa, un uomo con cappello a bombetta arrivò sul set portando con sé una valigetta nera. Al suo interno c’erano una tiara di diamanti e una collana messa a disposizione dal celebre gioiellere Harry Winston, valutata 2 milioni di dollari (30 milioni di dollari oggi). Queste vennero poi presentate a Cooper e Dalí su un cuscino di velluto rosso da una donna bellissima, mentre una guardia con aspetto da duro sorvegliava il tutto, impugnando una pistola. Dalí disse poi a Cooper di togliersi la maglietta, indossare la tiara e sedersi a gambe incrociate su una pedana rotante. Lissack iniziò allora a filmare, e a Cooper fu chiesto di iniziare a cantare rivolto verso un kebab raffigurante la Venere di Milo e ogni tanto staccare un morso.
Non ero esattamente sicuro di cosa stesse avvenendo” ammette Cooper ridacchiando. “Dalí era un personaggio così mitico che non te la sentivi di dire qualcosa. Per me, era come incontrare Elvis o i The Beatles. Era ovvio che lui mi stesse guardando e stesse vedendo ciò che voleva. Tutto ciò che feci fu dire: dimmi cosa fare“.

Il secondo giorno arrivarono più sorprese. Al suo arrivo, Dalí annunciò che aveva passato la sera precedente a lavorare su una nuova opera, Il cervello di Alice. Poi regalò al cantante una scultura di ceramica raffigurante un cervello umano con un pasticcino di cioccolata sul retro, su cui aveva disegnato formiche che componevano le parole Dalí e Alice. “Dissi: grande! Quando abbiamo finito posso tenerlo?” racconta Cooper. “Mi rispose: certo che no, vale milioni! Mi misi a ridere. Aveva un grande senso dello humor, ma la sua genialità stava nel fatto che non riuscivi a capire quando stesse scherzando e quando no.”  Quando il giorno dello shooting volse al termine, Dalí chiese a Cooper e al manager Shep Gordon di unirsi a lui e al suo entourage per mangiare in uno dei ristoranti più esclusivi della città. Quando il sontuoso banchetto giunse al termine, Dalí fece cenno alla cameriera di portare il conto, e semplicemente si limitò a firmare il taccuino. “Dovremmo lasciare una mancia?” chiese Cooper, aggiungendo di seguito il suo nome.
Con Dalí, ogni cosa era una performance” spiega il cantante. “Ogni notte andavamo allo Studio54 o a vedere Andy Warhol al Factory. Dalí si muoveva sempre con un sacco di personaggi bizzarri, infatti a me bastava anche semplicemente stare lì seduto a guardarli. Non era mia intenzione provare a parlare con lui di arte, perché lui continuava a usare questo linguaggio sarcastico. Ero in presenza di un maestro.
C’è un ultimo colpo di scena. Quando giunse il momento di svelare l’ologramma ultimato alla Knoedler Gallery a New York, Cooper spiegò alla stampa radunatasi che la comunicazione tra la coppia fu molto limitata a causa delle difficoltà di linguaggio. “Perfetto!” rispose Dalí in un inglese impeccabile. “La confusione è la forma migliore di comunicazione“. Il maestro aveva tirato un altro dei suoi scherzi.

Oggi, First Cylindric Chromo-Hologram Portrait of Alice Cooper’s Brain è presente nella collezione del Dalí Museum a Figueres, in Spagna. È riconosciuto come uno strabiliante esempio di collaborazione tra artista e musicista, come la copertina dell’album Artpop di Lady Gaga in collaborazione con Jeff Koons o il lavoro ispirato agli anime di Takashi Murakami con Kanye West. Per Cooper – che oggi ha 70 anni ed è un devoto cristiano – la sua esistenza è un ricordo permanente dei suoi tempi più selvaggi. “Era il personaggio più bizzarro che io abbia mai incontrato” disse riguardo Dalí, il quale morì di collasso cardiaco nel 1989, all’età di 84 anni. “E ancora oggi dopo tanti anni ti senti vicino a lui. Lavorare con lui fu uno dei più importanti momenti della mia vita.”
Rimane come ultimo mistero circa questo straordinario incontro dove sia finito The Alice Brain. “Cerco da sempre questo cervello” dice con un ghigno. “È il mio Santo Graal. Si può dare che qualcuno lo stia usando come fermacarte per quanto ne so. Pagherei qualsiasi cosa per averlo.” Sembra la metafora perfetta di un progetto che, sin dal principio, è rimasto sospeso a metà tra genio e follia.
Sembra che per raggiungere la vera grandezza, qualche volta abbiamo davvero bisogno di perdere la testa.

Tradotto e riadattato da Jacopo De Marco

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