Battaglia di Maratona: quando il genio e l’acume sconfissero la forza bruta

Il 12 settembre del 490 a.c. si combatteva la battaglia di Maratona, uno degli scontri più famosi della storia che ha preceduto quello delle Termopili in cui si fronteggiarono Serse e Leonida. A Maratea combatterono personaggi altrettanto famosi, Dario I dell’Impero Persiano che si estendeva dal fiume Indo fino alla Iona, la costa occidentale della Turchia, e per i Greci, Callimaco, il comandante dell’esercito e uno dei generali più promettenti Milziade.

Il motivo che portò allo scontro fu la rivolta delle colonie Ioniche a seguito del malcontento creato dal dittatore Ippia, scacciato da Atene.La rivolta, capeggiata da Aristagora, Re di Mileto, e supportata da venti navi ateniesi inizialmente sembrava portare risultati, ma in breve tempo venne soppressa dalla Persia, che una volta riorganizzatasi sottomise tutte le città greche, fatta eccezione per Sparta ed Atene. Ma a Dario non bastava, il suo obiettivo era dominare tutta la Grecia, quindi intenzionato a conquistare Atene per rimettere sul trono Ippia, decise di spedire una flotta composta da 200 navi da guerra, che dietro suggerimento del vecchio tiranno greco attraccò a Maratona.

I persiani fecero della cavalleria veloce e della fanteria pesante  i loro punti di forza, ma i greci invece potevano puntare sugli opliti, abituati a combattere fianco a fianco in schieramento, coperti dallo scudo che copriva il soldato a sinistra, così a catena in un ingranaggio perfetto. La prima e la seconda fila colpivano dall’alto verso il basso mentre gli scudi creavano un muro, una barriera per il nemico. Callimaco era solito chiedere il parere dei suoi dieci generali prima di procedere alla battaglia. Milziade e altri 4 generali volevano attaccare subito, altri 5 invece volevano aspettare gli Spartani terrorizzati dall’idea di perdere la città. Nel più classico dei paradossi fu un errore del comandante  avversario a dissipare ogni dubbio, in quanto il generale dell’esercito di Dario ordinò a delle navi con a bordo 5 mila dei suoi cavalieri di muoversi verso il porto di Atene dove sperava che i cittadini fedeli ad Ippia lo avrebbero supportato nella battaglia. Quella decisione fece rompere gli indugi a Callimaco che si affidò al piano di Milziade. Gli opliti erano inferiori di numero, quindi per coprire il chilometro e mezzo di estensione in cui era schierato l’esercito persiano si dovettero disporre in file di quattro e non di otto come erano soliti fare. La preparazione di Miliziade fece  il resto: conosceva le tecniche avversarie, i suoi uomini iniziarono a muoversi a passo di marcia compatti, ma quando i persiani furono pronti a scoccare le frecce diede l’ordine di iniziare a caricare. Le frecce non ottennero il risultato sperato, anzi la fanteria persiana fu travolta dall’impeto greco, le ali dell’esercito di Dati venne spazzato via, mentre la parte centrale dello schieramento di Callimaco retrocesse lasciando avanzare la fanteria avversaria, in quella maniera l’accerchiamento fu completo, iniziò una vera e  propria carneficina.

Gli uomini di Dati che iniziarono a fuggire furono inseguiti dagli opliti che riuscirono però ad affondare solo sette navi, altre riuscirono, invece, a prendere il largo dirette al porto di Atene. È qui che la storia si mescola alla leggenda. Milziade inviò un messaggero, Erodoto e Plutarco riportarono che un tale Tersippo, un messaggero inviato da Milziade, corse per 42 km per raggiungere Atene (da qui la nascita della disciplina Olimpica) e una volta raggiunta la Città Stato e consegnato il messaggio morì per lo sfinimento. Atene era sguarnita quindi si procedette secondo la folle idea di Milziade, donne e bambini vennero travestiti da opliti e schierati al porto. Mentre l’esercito greco avanzava rapidamente da Maratona per accorrere in aiuto, Dati il generale persiano ancora frastornato dalla sconfitta e consapevole dell’arrivo degli opliti ritenne che lo schieramento a difesa del forte era troppo corposo per poter porre fine alla battaglia prima dell’arrivo di Callimaco e dei suoi uomini, quindi ingannato tornò in persia.

Sono battaglie e racconti come questi che ci fanno comprendere che grandissimo popolo sia stato quello greco.

Domenico Corsetti

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