Dajana Roncione è Loredana Bertè nel film “Io sono mia”: una bella responsabilità, ma non volevo imitarla

Si definisce determinata e di se dice che “diventare un’attrice sarebbe stata la sua naturale conseguenza”. Lei è Dajana Roncione, classe 1984, siciliana doc e interpreta il ruolo di Loredana Bertè nel film “Io sono Mia”, la pellicola presentata al cinema lo scorso 14 gennaio. Un’intervista a tu per tu con una delle attrici italiane più in voga del momento.

Sin da piccola hai studiato per intraprendere la carriera di attrice. Come nasce la passione per la recitazione?

Ho sempre sentito di non essere una cosa sola e di far fatica ad accettare il ruolo che gli altri mi attribuivano o che io stessa mi davo in alcune circostanze piuttosto che in altre. 

Un po’ come nel romanzo di Pirandello” uno , nessuno e centomila”. Allora Ho pensato che interpretare ruoli differenti, diventare un’attrice sarebbe stata la mia naturale conseguenza. È un modo per esplorare e conoscere tutte le mie possibili varianti.

Hai mai pensato di fare altro nella vita? O sei sempre stata determinata a raggiungere e realizzare il tuo sogno?

Sono sempre stata determinata a raggiungere il mio sogno .

Sei stata una delle protagoniste femminili in tv della serie del 2013 “Montalbano”. Che ricordi hai di quel periodo?

Dei bei ricordi: Alberto Sironi mi ha dato molto sostegno artistico, sentivo che credeva in me e questo mi ha dato forza. L’atmosfera sul set era “familiare”, tutto ti faceva sentire a tuo agio. Luca Zingaretti e Cesare Bocci sono stati molto generosi con me, tutto era perfetto!

L’episodio in cui ho recitato “una lama di luce” è al terzo posto tra gli episodi che ha registrato i picchi di ascolto più alti e l’idea di essere un personaggio creato dalla fantasia di uno scrittore come Camilleri mi ha riempito d’orgoglio.


Hai lavorato anche con Michele Placido nello spettacolo pirandelliano “Sei personaggi in cerca d’autore”. Com’è stato lavorare con lui e interpretare un ruolo fondamentale come quello della figliastra?

Posso dire che anche in questo caso mi sono sentita sostenuta da Michele che mi ha dato parecchio spazio e di conseguenza anche molta fiducia. Abbiamo lavorato moltissimo al personaggio facendo delle lettura infinite e fondamentali e mirate.

È uno dei lavori che mi ha permesso di esprimermi al meglio, il ruolo della figliastra è un ruolo importantissimo: ho sentito una certa responsabilità nel farlo, ma non ho permesso che questa mi impaurisse, volevo vivere il più possibile il magnifico percorso di questo personaggio e cosi ho fatto, senza pensare mai al risultato che è stato una conseguenza di questo percorso e che mi ha dato molte soddisfazioni, ho sperimentato una bellissima libertà creativa e artistica che non avevo sperimentato precedentemente. Michele vuole subito vedere il tuo impegno la tua proposta e poi anche l’opposto di quello che hai immaginato e trovo che questo sia importantissimo quando si esplora un personaggio oltre che stimolante.

Quale credi sia la funzione sociale del teatro al giorno d’oggi?

Per me, la funzione sociale del teatro oggi è quella di mettere lo spettatore nelle condizioni di farsi delle domande e di sentirsi attivo e non passivo. Certo per me deve anche avere una funzione politica e di denuncia ma senza mai puntate il dito o pretendere di avere  la verità assoluta, il teatro è comunque uno specchio. Certamente il rito e l’estetica sono altrettanto importanti. 

Torniamo alla tv. “La mafia uccide solo d’estate”, da siciliana doc come ti sei preparata a questo ruolo in questa fiction?

In generale lavoro sempre con un’acting coach, si chiama Lucilla Miarelli. Per me è importante avere un confronto costante con qualcuno di cui ti fidi. Lei è il mio specchio e mi aiuta a trovare la direzione  a cui voglio arrivare quando lavoro ad un personaggio. Ci tengo a dire che mi sono trovata molto bene ad essere diretta da Luca Ribuoli, che ama gli attori e sa come dirigerli. Quindi in certi casi dovevo solo affidarmi a lui. Per ciò che riguarda la canzone invece quella l’ho preparata insieme a Santi Pulvirenti, un bravissimo compositore catanese che lavorava anche alle musiche della serie.


Nel film “Io sono Mia” interpreterai Loredana Bertè: una bella responsabilità?  È stato difficile prepararsi a interpretare questo ruolo?

Si, è stata una Bella responsabilità di cui però io nel mio piccolo me me sono fatta carico. L’ho studiata molto, ho cercato di vedere quante più interviste possibili riguardanti i primi anni della sua carriera, quello che raccontiamo nel film non è la Loredana Bertè rock star ma la sorella Loredana, e il momento in cui insieme a Mia Martini si trasferiscono a Roma per costruire il loro destino. Mi sono concentrata molto sulla sua fisicità e soprattutto sulla sua energia. Ne era piena! E poi non volevo imitarla.. Mi sono fatta una domanda “come faccio ad essere libera come lo è lei?” E da li sono partita, successivamente la risposta l’ho trovata in un’intervista fatta a Nina Simone dove  le chiedevano che cosa significasse per lei essere libera e lei gli risponde “non avere paura”.

Quanto sei legata alla Bertè cantante e Bertè persona? Hai avuto modo di conoscerla? E il tuo rapporto con la musica?

Non conoscevo Loredana di persona, l’ho conosciuta  per la prima volta in occasione della conferenza stampa del film a Milano. Quando mi ha detto che le era piaciuto il mio lavoro l’ho abbracciata, ho tirato un sospiro di sollievo. È stato importante per me avere la sua approvazione.

Come ho detto prima la qualità che ammiro di più in Loredana cantante è la libertà, la forza e l’energia il coraggio, i suoi testi non sono mai stati ” formule matematiche”. C’era sempre una certa urgenza e provocazione, lei interpreta! e questo Lo reputo fondamentale e anche provocare lo reputo fondamentale! Chiaramente amo la musica.

Il tuo sogno nel cassetto e i tuoi progetti per il futuro?

Sto aspettando delle risposte, per il momento non posso dir nulla. Però il mio sogno te lo dico: ho scritto un soggetto cinematografico e vorrei vederlo realizzato.

Cosa consigli a chi vuole intraprendere la carriera di artista?

Di rimanere se stesso, di lottare per la propria integrità e dignità, di resistere e di non lasciarsi inaridire dalle scorrettezze o dalle delusioni. Perché credo che il limite possa in realtà essere un’opportunità.

(foto: Gianmarco Chieregato)

Giulia Antenucci
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