Dogman: il film di Matteo Garrone ad un passo dal David di Donatello

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Per circa 12 anni Matteo Garrone ha studiato la storia del Canaro della Magliana, un fatto di cronaca intriso di leggendari dettagli scabrosi, rielaborandola per l’acclamato film Dogman, “partendo dalla realtà e trasformandola in una fiaba nera”.
La storia è quella di Pietro De Negri, detto er Canaro, proprietario di un negozio di toelettatura per cani alla Magliana. Nel febbraio del 1988, stanco delle continue vessazioni e umiliazioni subite per mano di Giancarlo Ricci – ex pugile e piccolo delinquente della periferia romana – De Negri rinchiuse Ricci in una gabbia per cani sul retro del suo negozio e lo uccise.
Agli investigatori e ai magistrati che lo interrogarono l’uomo raccontò di aver inflitto alla propria vittima una serie di indicibili torture prima di ammazzarlo. Dalle indagini emerse però che gran parte di quello che il Canaro aveva raccontato era frutto di fantasia e che le mutilazioni le avrebbe inflitte post mortem e non, come sosteneva De Negri, durante le fasi della tortura.

Dogman, candidato al David di Donatello 2019 come Miglior Film e ad un passo dall’esser candidato come Miglior Film Straniero agli Oscar, è il risultato di uno studio e approfondimento di una vicenda molto suggestiva. La pellicola, in verità, è ambientata ai giorni nostri e non ha l’intenzione di trasportare sul grande schermo la storia del Canaro per come realmente avvenne.
Il protagonsta, Marcello, minuto e dal viso gentile, possiede una toelettatura per cani e si divide tra la passione per gli animali e l’amore per sua figlia Alida. Per arrotondare spaccia cocaina, circostanza che lo porta ad instaurare una torbida amicizia con Simoncino, un deliquente locale che terrorizza la zona e che Marcello aiuta quando può in piccoli atti criminali, accontentandosi della misera percentuale che lui gli rende e dei soprusi che spesso è costretto a subire. L’imponenza di questo “pseudo” amico di Marcello è sempre evidenziata dalla riprese di Garrone che mostra i due quasi sempre in campo insieme oppure nei controcampi alla stessa distanza, proprio per mettere in evidenza la loro diversità. Un giorno Simone, venuto a conoscenza de fatto che il negozio di toelettatura comunica con quello dell’orafo, propone a Marcello di svaliggiarlo, abbattendo il muro che separa i locali. All’inizio Marcello rifiuta perchè non vuole rovinare il rapporto con il vicinato, ma poi è costretto ad accettare e cedere alle minacce di Simone, il quale, compiuto il furto, fa di tutto per far incolpare Marcello che invece di denunciarlo va in carcere al posto suo per circa un anno.

Uscito dalla galera Marcello ha difficoltà a tornare alla vita di una volta, tra gli affari che vanno male e gli abitanti del quartiere che lo emarginano. Quando Marcello incontrerà Simone per chiedergli la sua parte del bottino del furto dell’anno precedente, Simone gliela negherà ma Marcello, non più remissivo come una volta, gli danneggerà la moto con una spranga. Questo gestò varrà a Marcello il pestaggio il giorno successivo, evento che farà maturare nel protagonista l’idea della vendetta. Ed è proprio su questa che medita lo sguardo di Garrone che ne cura la genesi e la messa in opera, facendo capire allo spettatore che più che trattarsi di una vendetta vera a propria si potrebbe avere a che fare con una catarsi inevitabile, quasi un tentativo di redenzione. Questo film si sofferma molto sul rapporto che ognuno di noi ha con sè stesso e infatti Marcello è quella parte debole di ognuno di noi che emerge quando non si è capaci di dire “no” e quando si compiono scelte sbagliate perchè manca il rispetto per se stesso e ci si trasforma in quello che non si è. Nel finale, crudo e brutale, Marcello inganna e uccide, anche senza volerlo, Simone. Vuole così comunicare agli altri abitanti del quartire di essersi liberato di quella “noia”, ma tutti lo ignorano. Addirittura nella scena finale, Marcello porta in spalla il corpo esamine di Simone sperando che qualcuno lo noti, senza ottenre alcuna considerazione. Resta così tra sè e sè, tra i suoi pensieri, consapevole che forse quella ordita vendetta lo ha portato, anche questa volta, a compiere un gesto che non avrebbe mai voluto compiere, e questo status ovviamente lo affanna e non lo dirime.

Dogman risulta, quindi, essere un film riflessivo e interessato all’interiorità umana, soprattutto alle sue fragilità e ai suoi limiti. Garrone riesce esattamente a trasmettere quell’inquietudine che anneggia nei meandri dell’anima di Marcello – Marcello Fonte vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes come miglior attore protagonsta – e quindi in quella di tutti noi. Chissà, allora, che Dogman non possa riscattarsi in questa edizione del David di Donatello, magari portando a casa l’ambito premio.

Antonella Valente
Informazioni su Antonella Valente 169 Articoli
GiornalistaT&M Giornalista Pubblicista | Dottoressa in Giurisprudenza Teatro | Cinema | Cultura

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