Il cinema ti segna. Intervista a Alessandro Di Gregorio, vincitore con “Frontiera” ai David di Donatello 2019

Ci sono frontiere geografiche e ci sono frontiere mentali, ha dichiarato il regista Alessandro Di Gregorio durante la conferenza stampa dei David di Donatello 2019, quando hanno annunciato la vittoria del suo film, Frontiera, nella categoria Miglior cortometraggio. E che differenza c’è tra una linea tracciata su una mappa e un muro eretto dai nostri pregiudizi? Frontiera è la una storia tremenda di chi muore a causa delle nostre frontiere, e dei vivi che si vedono costretti ad affrontare la tragedia da vicino: un sommozzatore della Guardia Costiera, chiamato a Lampedusa per recuperare dal mare i corpi dei migranti annegati nel naufragio, e un ragazzo al primo giorno di lavoro nelle pompe funebri del padre, che li dovrà chiudere nelle bare. Il cortometraggio, in 14 minuti e senza che gli attori pronuncino una sola parola, riesce a dire sul tema molto più di quanto possano dire centinaia di articoli scandalistici. Trend&Moda ne ha parlato con Alessandro Di Gregorio.

Come sono stati i suoi esordi da regista?

Mi sono trasferito a Roma dopo il liceo per studiare, e ho frequentato un corso di cinema promosso dalla Regione Lazio. Subito dopo il corso, ho avuto la fortuna di entrare in un gruppo di sceneggiatori di una fiction Rai. Più che scrivere volevo occuparmi di regia, quindi ho seguito quella serie sul set come aiuto regista. Da lì sono passato alla pubblicità, sempre come assistente alla regia, per quattro anni, in Filmmaster. I miei primi lavori da regista sono stati documentari, che sono andati in onda su diversi canali, tra cui Rai 2 e History Channel. Dopo i documentari, ho girato dei programmi televisivi e piccoli spot pubblicitari, sempre come regista. Poi ho conosciuto Ezio Abbate, lo sceneggiatore di Frontiera, che ora sta lavorando su Suburra e altre serie televisive; lui mi ha portato dal produttore Simone Gattoni, della Kavac, e ora eccoci qua.

Come è nata la sua passione per il cinema?

Mio padre è appassionato di fotografia, quindi ho sempre avuto in casa la macchina fotografica e la cinepresa. Qualsiasi progetto facessimo a scuola, io lo trasformavo in un video, raccontandolo per immagini, e non in maniera tradizionale. Un po’ alla volta, ho cominciato a guardare film su film. Io sono di Vasto, un piccolo paese in provincia di Chieti, in Abruzzo: lì c’era solo una videoteca, vicino a casa mia, dove andavo a prendere due o tre film al giorno, anche se non arrivava un granché. Quando mi sono trasferito a Roma, ho iniziato ad andare quasi tutti i giorni al cinema, per recuperare tutti i film che non avevo ancora visto: Truffaut, Hitchcock, Kubrick, e così via. A Roma, la mia passione è cresciuta in modo più consapevole. Poi ho iniziato a frequentare il set e ho imparato il mestiere. Ho fatto un percorso abbastanza “classico”, al tempo: secondo assistente, primo assistente, aiuto regista… ora forse non si fa più così, però io il set l’ho vissuto tutto, e mi sono fatto le ossa seguendo diversi registi. Ho avuto la fortuna e la possibilità di seguire sul set registi come Daniele Luchetti, Ago Pannini, Luca Lucini. Ho attraversato diversi generi, lavorando con vari tipi di linguaggio: fiction, pubblicità, documentari, programmi televisivi. Mi porto ancora dietro questo bagaglio.

Com’è stato girare Frontiera? Ci parli della sua esperienza sul set.

È stata un’esperienza bellissima, e anche abbastanza lunga: ci abbiamo messo quattro anni per mettere in piedi la nostra idea, ma alla fine tutto si è incastrato nel modo giusto. Abbiamo trovato Simone Gattoni, il produttore giusto, poi abbiamo trovato gli attori giusti, anche se non è stato facile: Bruno Orlando e Fiorenzo Madonna, i protagonisti, sono due “perfetti sconosciuti”, giovani, ma fanno teatro già da un po’. Tra l’altro, il cortometraggio è completamente muto, quindi è stato anche difficile fare un provino: chiedevamo agli attori di calarsi nel personaggio e poi facevamo loro un’intervista come se loro fossero stati quei personaggi, con domande sul loro passato e sul loro lavoro. Bruno Orlando e Fiorenzo Madonna sono gli attori che mi hanno più colpito. Ma io e Francesca Borromeo, che si occupava del casting, ci abbiamo messo molto tempo a trovarli, anche perché il progetto non aveva un budget enorme: l’abbiamo fatto per passione, più che per i soldi. Quando siamo partiti per Lampedusa, dove è stato girato tutto il cortometraggio, la direttrice della fotografia – Clarissa Cappellani, che è di Palermo – ha portato una troupe composta solo da siciliani, ragazzi molto giovani ma anche molto in gamba. Abbiamo passato cinque giorni a lavorare ininterrottamente, senza guardare l’orologio. Tutti credevamo molto nel progetto che stavamo realizzando, e nonostante la fatica eravamo sempre soddisfatti e felici.

Come lei ha già accennato, una delle particolarità di Frontiera è che è completamente muto: nessuno parla per tutta la durata del cortometraggio. Perché questa scelta?

Volevamo raccontare la nostra storia solo attraverso le immagini, che sono comunque abbastanza forti e importanti. Era sufficiente mostrare quello che i due ragazzi vanno a fare sull’isola, e l’isola stessa, che è protagonista. Era una scommessa, non è stato semplice: nella testa di Ezio Abbate, lo sceneggiatore, era già ben presente. Perché un cortometraggio muto? Si parla tanto di migranti, fin troppo, quindi il nostro messaggio sarebbe arrivato molto più forte solo con il silenzio e i rumori ambientali. Infatti, nel cortometraggio non ci sono neanche musiche, c’è soltanto un brano: sarebbe stato troppo facile, altrimenti, musicare tutto.

Nel suo discorso durante la conferenza stampa dei David di Donatello lei ha parlato di frontiere mentali, non geografiche. Quali sono, secondo lei, le frontiere mentali dell’Italia? Cos’è che ci blocca?

Secondo me, è l’incapacità di guardare al di là del proprio naso, di comunicare con l’altro andando oltre sé stessi. In questo modo si crea un clima di odio e di terrore verso tutti, nel nostro caso verso l’Altro. Siamo nel 2019, mi sembra ben chiaro che, in un mondo globalizzato, non esiste più qualcuno che sia veramente diverso da noi: era già così da prima, ma adesso lo è ancora di più. Sono queste le frontiere mentali che ci impediscono di andare avanti e di cercare soluzioni a quei problemi che nessuno vuole risolvere: in realtà, più che risolverli, sembrano approfittarsene per il proprio tornaconto. Così finiamo per chiuderci dentro delle barriere, innalzando frontiere tra di noi.

Prima di Frontiera, lei ha girato un documentario sui deportati italiani in Germania e uno su un esperimento in una scuola calabrese. Si potrebbe dire che il filo conduttore del suo lavoro è l’Italia e gli italiani?

In entrambi i lavori, così come in quest’ultimo, non c’è soltanto l’Italia. Nel primo documentario, 8744, il protagonista è un professore tedesco, mentre il secondo documentario, Per chi suona la campanella, parla di una comunità arbëreshë in Calabria, quindi di origini albanesi. In Frontiera, invece, abbiamo Lampedusa come terra di confine. I primi due documentari erano accomunati dall’essere storie positive portate avanti da singole persone. Nel primo caso, un professore riesce a fare delle cose che due nazioni, Italia e Germania, non sono state in grado di fare: la cosa più bella è che le persone che abbiamo incontrato durante le riprese del documentario ci hanno ringraziato per averli semplicemente ascoltati. Nel secondo caso, un sindaco, assieme a un maestro in pensione sceso da Alessandria, riesce a far rinascere un piccolo paese e soprattutto i nonni, che, come succede spesso nei paesini, si sentivano un po’ abbandonati. Per Frontiera, le cose cambiano: qui mettiamo in scena il percorso all’inferno e ritorno dei due protagonisti. C’è anche un’altra frontiera, oltre a quella geografica, ed è quella della loro crescita, una volontaria e l’altra involontaria. Il sommozzatore è consapevole di quello che sta per andare a fare, il ragazzo più giovane invece non si aspetta di trovare una realtà del genere, ci sbatte la testa, e deve trovare il modo di uscirne fuori. Sono entrambi esempi di come le politiche sbagliate, alla fine, si ripercuotono su di noi. La vicenda infatti prende spunto da una storia vera, raccontata in un articolo di Attilio Bolzoni sulla strage di migranti a Lampedusa del 3 ottobre 2013. Del resto, un sub non entra nella Guardia Costiera con l’intenzione di tirare fuori i corpi dall’acqua, il compito di un necroforo non è quello di chiudere nelle bare 368 corpi, tra i quali tanti bambini e ragazzi come lui. Abbiamo effettivamente parlato con i sub della Guardia Costiera: erano sconvolti da quello che dovevano fare, nonostante fossero stati addestrati. Una Guardia Costiera nasce per salvare le persone, per salvaguardare l’ambiente, per intervenire in situazioni di pericolo, ma non per tirare fuori i corpi dal mare, specialmente quando diventa un’attività quasi normale.

Come risponderebbe alle critiche di chi dice che il cinema oggi è eccessivamente politicizzato e strumentalizzato?

Il cinema, secondo me, ha sempre raccontato la realtà. Il cinema, quello fatto bene, lo fa con uno sguardo critico, lasciando poi il giudizio allo spettatore, ed è quello che abbiamo fatto con i nostri documentari. Il cinema ha il dovere morale di far riflettere lo spettatore, e per me è sempre un valore aggiunto quando riesce a fare questo: uscire da una sala e riflettere sulla storia che hai visto anche nei giorni successivi. Il cinema è qualcosa che ti segna. Pensiamo agli Oscar: hanno premiato dei film in qualche modo politicizzati, come Green Book e Roma. Sono bellissimi film, che ti rimangono dentro perché raccontano la realtà.

Lei ha appena menzionato Roma, che è stato l’altro film premiato durante la conferenza stampa dei David di Donatello, ma nella categoria Miglior film straniero (tutti gli altri vincitori saranno annunciati durante la cerimonia di premiazione il 27 marzo, ndr). L’ha visto? Cosa ne pensa?

Cuarón è un maestro. È uno che sa fare il cinema, e lo sa fare veramente bene, secondo me. Roma è un film difficile, a mio avviso, ma anche molto molto importante. Mi auguro di vederne di più così, con scelte registiche impegnative e non scontate, come il bianco e nero, o i campi larghi senza un primo piano. In Roma ci sono delle scelte molto forti, dove si vede e si sente il regista. Mi piacciono molto queste sfide: uno come Cuarón potrebbe sedersi su una poltrona di Hollywood e fare quello che vuole, invece continua comunque a fare del cinema a modo suo.

Il cortometraggio Frontiera di Alessandro Di Gregorio è disponibile su RaiPlay.

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