Willem Dafoe è Van Gogh, il pittore che dipingeva la luce: ecco la nostra recensione

Quando si parla di biopic si ha in mente un film che narra la biografia di un personaggio realmente esistito. Ne abbiamo avuto un esempio interessante con Bohemian Rhapsody che racconta i primi 15 anni della band di Freddie Mercury e che è valso la vittoria del Golden Globe all’attore protagonista Rami Malek. Ma sono centinaia i film biografici come questi. Van Gogh – Sulla Soglia dell’Eternità, invece, non è il classico biopic.

Il regista, Julian Schnabel, a oltre 20 anni dal suo esordio cinematografico, non ha solo scelto di descrivere Vincent Van Gogh, in persona, nell’ultimo periodo della sua vita, dal trasferimento dalla grigia Parigi ad Arles, nella famosa Casa Gialla, fino alla sua morte, ma anche e soprattutto in veste di pittore e con gli occhi dell’artista stesso. Ciò è evidente già dai primi frame, dalle inquadrature, a volte deformi, dalle riprese spasmodiche e irrequiete – come l’animo del protagonista – dall’abuso, in alcuni momenti, della camera a mano.

Ma anche i colori e la musica ne fanno parte. E’ come se in alcuni momenti lo spettatore fosse proiettato nella Provenza di allora e vedesse ciò che il pittore vedeva, nel modo in cui il suo talento glielo faceva concepire. Tramite questo film ci si immerge nel processo creativo dell’arte, di un dipinto, nella scelta della quantità di tempera da utilizzare fino alle nevrotiche pennellate su tela. In questo modo la natura diventa una vera e propria protagonista, con i suoi colori e i suoi rumori.

Anche i lunghi silenzi fanno da cornice ad una passione vitale che Van Gogh non avrebbe mai potuto abbandonare per nessuna ragione, nonostante l’incomprensione dei suoi contemporanei o della gente del tempo che tendeva ad isolarlo e a non capire la sua pittura.

Questo è un film sulla pittura e un pittore e la loro relazione rispetto all’infinito. Contiene quelli che sono i momenti che considero essenziali nella sua vita – ha dichiarato il regista – non è una biografia, ma la mia versione della storia. Una versione che spero possa avvicinarvi maggiormente all’artista“.

La pellicola si focalizza anche su due rapporti fondamentali per l’artista olandese. L’affetto incondizionato per il fratello Theo, quasi un angelo custode terreno che lo sostiene in vita in ogni sua scelta e l’amicizia, a tratti morbosa, con il collega Paul Gaugin, il cui allontanamento lo porta ad alternare momenti di lucidità a momenti nevrotici culminati nel taglio dell’orecchio sinistro, episodio a causa del quale trascorse circa 80 giorni all’interno di un istituto psichiatrico.

La scelta di Willem Dafoe, poi, pare non far sorgere alcun dubbio.

L’attore statunitense interpreta un personaggio complesso e i primi piani del suo viso, pieno di rughe, pensieri e magia fan sì che il primo piano stesso assuma quasi le vesti di un’opera d’arte, simile ai numerosi autoritratti che Van Gogh fece di sè. Non c’è da stupirsi se la sua prova attoriale gli è valsa la Coppa Volpi per la Migliore Interpretazione Maschile al Festival del Cinema di Venezia 2018 e la candidatura ai Golden Globe 2019.

Schnabel e Dafoe raccontanto un artista incompreso al suo tempo, un Gesù della pittura che verrà apprezzato, acclamato e studiato solo anni dopo la sua morte. I suoi tratti artistici non furono amati, la sua creatività e il suo talento furono spesso motivo di isolamento e tutto si manifesta chiaramente e volutamente nella pellicola anche grazie a dialoghi evocativi, profondi e intimi che il pittore fa spesso tra sè e sè.

Interessante, infine, la chiave di lettura data alla sua morte. Probabilmente il fatto che Van Gogh – Sulla soglia dell’Eternità abbia come scopo non solo quello di raccontare l’artista ma anche la pittura in sè, e soprattutto cosa significhi essere artisti – creativi – in un periodo storico particolare, sta alla base della scelta di fornire un’interpretazione che si discosta da quella verosimilmente storica, quella verità che i libri ci hanno sempre raccontato: l’ipotesi del suicidio.
Consigliato? Si. Coloro che si aspettano un classico biopic ne resteranno insoddisfatti invece quelli che apprezzano l’arte e la pittura, nella loro globalità, avranno tanto su cui riflettere. D’altronde lo stesso Schnabel prima di essere un regista, è un pittore.

Antonella Valente
Informazioni su Antonella Valente 169 Articoli
GiornalistaT&M Giornalista Pubblicista | Dottoressa in Giurisprudenza Teatro | Cinema | Cultura

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