Sembrava una stella, invece è un aereo: Giorgio Poi emoziona il Monk. LiveReport + Photogallery

Sul profilo Instagram di Giorgio Poi c’è una foto che lo ritrae mentre disegna con il pennarello rosso la copertina del singolo Vinavil, tratto dal suo secondo album, Smog (uscito l’8 marzo per Bomba Dischi – l’etichetta discografica che ha lanciato Calcutta, per dirne uno). Questa foto è importante: rappresenta la dimensione intimista, quasi fino alla regressione infantile, della poetica – anche se forse sarebbe meglio chiamarla anti-poetica – di Giorgio Poi. Un fanciullino pascoliano, chiuso nella sua cameretta a disegnare. E a scrivere canzoni.

Proprio con Vinavil si è concluso il concerto sold out di Giorgio Poi al Monk, la tappa romana del suo Smog Tour: “Abbiamo il cuore strano, di cera e di Vinavil“. Il titolo e il videoclip della canzone citano un ricordo d’infanzia comune alla generazione di Giorgio: il programma televisivo Art Attack con Giovanni Mucciaccia, riletto però in chiave stralunata e inquietante. “Per noi che non dormiamo bene / Per me che non imparo mai / Per te che non ti sai spiegare quando ti chiedo come stai / Per essere contenti anche senza dirlo mai“.

E infatti Giorgio Poi parla pochissimo al microfono durante il concerto, quasi non ci sono intermezzi tra una canzone e l’altra: dialoga con il pubblico esclusivamente attraverso i testi. Sembra timido, si nasconde dietro la visiera del suo cappellino da baseball, ma quando il pubblico interviene cantando in coro il ritornello delle canzoni più amate – come Il Tuo Vestito Bianco, Missili (feat. Frah Quintale), Paracadute – si scioglie improvvisamente in un sorriso sincero, quasi sorpreso. Verso la metà del concerto attacca una canzone, ma si interrompe dopo qualche secondo: “Meglio se la accordiamo prima, ‘sta chitarra”. Il pubblico ride e inneggia, cancellando l’imbarazzo.

Nel corso della sua carriera Giorgio si è costruito un seguito fedele, e una certa reputazione. Diplomato in chitarra jazz a Londra, polistrumentista, paroliere e produttore, anche se “non gli piace viaggiare” – come racconta nella opening track di Smog – Giorgio può vantare una serie di proficue esperienze all’estero, con la band Vadoinmessico (che ora si chiama Cairobi) e con i Phoenix, che l’hanno voluto come opening act. Dopo aver vissuto a lungo tra Londra e Berlino, ha iniziato a vedere la musica italiana da una nuova, eccitante prospettiva: “Dalla stanza accanto le canzoni sembrano meglio” spiega ne La musica italiana (feat. Calcutta).

“Nel momento in cui sono andato a Londra, nel 2006, mi è venuta proprio voglia di ascoltare Vasco Rossi” ha detto una volta in un’intervista. E così è tornato alla sua lingua madre, con l’album d’esordio Fa niente sotto lo pseudonimo Giorgio Poi (il suo vero nome è Giorgio Poti) e il supporto in live degli immancabili Matteo Domenichelli (basso) e Francesco Aprili (batteria), che abbiamo constatato essere davvero solido nel brano strumentale Smog. Durante il concerto, dietro i musicisti campeggia la scenografia che riproduce la copertina dell’album (disegnata dallo stesso Giorgio): omini che fumano silenziosamente, inquinando l’aria, ognuno solo con sé stesso. Una delle cose che restano più impresse delle canzoni di Giorgio Poi è il profondo senso di solitudine, che paradossalmente riesce a riunire molte persone.

È così che Giorgio è riuscito ad affascinare molti artisti itpop, che hanno voluto collaborare con lui: i sopraccitati Calcutta e Frah Quintale, ma anche Carl Brave, Luca Carboni, Francesco De Leo, Canova. L’altra cosa che resta impressa è la particolare nasalità della voce di Giorgio, che sa essere straziante come un grido d’aiuto: “Così, con il mento sparato nel cielo / Un ragazzo ha scoperto una stella / E guarda come brilla, fortuna che c’è / Ma è un pezzo di ferro con su scritto easyJet” canta in Stella. Arroccato a guardare le stelle, Giorgio Poi è un Peter Pan che non vorrebbe crescere, ma deve.


Foto Jacopo De Marco

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