Il mito di De Andrè non tramonta mai: il web elegge i 10 brani simbolo della carriera del Faber

Individuare solo 10 brani tra i più conosciuti e amati del cantautore genovese Fabrizio De Andrè, scomparso esattamente 20 anni fa, è quasi una blasfemia, se ne escluderebbero troppi. Noi, però, ci abbiamo provato, grazie anche all’aiuto di un centinaio di fan che ci hanno dato una mano a stilare una lista, non in ordine di preferenza , ovviamente, e scegliendo di parlare di ciascun brano, consapevoli che sarebbero necessari almeno altri dieci articoli per descrivere tutte le composizioni del grande Faber.

Bocca di Rosa (1967): E’ forse uno dei brani più conosciuti nel panorama nazionale a tal punto che l’espressione “bocca di rosa” è entrata ormai nell’immagianario collettivo per indicare una persona “poco di buono”, una prostituta, anche se De Andrè, come precisò in un’intervista, non aveva intenzione di considerarla in quel modo, perchè lei l’amore non lo faceva per soldi o per professione ma lo faceva con passione. Tante sono le ipotesi che si sono susseguite nel corso degli anni circa l’esistenza o meno di una Bocca di Rosa che lo avesse influenzato. C’è chi ritiene che si sia ispirato alla canzone francese “Brave Margot” di Brassens, chi ritiene che Bocca di Rosa fosse stata una ragazza istriana, come si evince dal suo unico romanzo, e infine chi pensa che fosse stata Liliana Tassio, scomparsa nel 2016, e che aveva sempre riferito di essere lei la donna di cui De Andrè parlò.
Ma la verità è una sola e solo Fabrizio la sa.

La guerra di piero (1968): La canzone è il frutto dei racconti di guerra dello zio materno Francesco, sopravivissuto alla campagna d’Albania. Si tratta del punto di vista di un semplice soldato che aveva vissuto il conflitto in prima persona. Un racconto dolce ma al contempo triste della contradditorietà e stupidità poste alla base della guerra. In questo testo tra la vita e la morte si innesta il tempo che a volte è un tramite a volte separazione. Talvolta è il mezzo di passaggio dalla vita alla morte (la perdita di tempo di Piero che è causa della sua morte), talatra come confine invalicabile tra i due mondi (ti accorgesti in un solo momento che (…) non ci sarebbe stato ritorno).

Il Pescatore (1968): In questa ballata un pescatore si trova ad avere a che fare con un assassino che gli chiede del cibo e da bere. Senza opporre resistenza il pescatore esaudisce la richiesta e spezza il pane per chi ha sete e fame. Nonostante la stranezza dell’incontro, si tratta di un momento evocativo, pieno di calore, dai tratti cristiani, dove l’ha fa da padrone l’altruismo e il buon cuore. Un pescatore che difende un assassino.
Il brano è stato anche ampliato musicalmente dalla Premiata Forneria Marconi (PFM) in una versione che, da quel momento in poi, venne eseguita nei concerti dallo stesso De André.

Amore che vieni amore che vai (1968): Qui l’amore è il vero protagonista. Faber ha sempre parlato dell’amore come sentimento travolgente, come una passione inappagabile, ma che è destinata a non durare nel tempo. Come dice il titolo, l’amore viene e va ed è innegabile il fatto che sia un inno alla caducità del sentimento stesso. In questo testo imperano le citazioni, soprattutto il riferimento alle Odi di Catullo. Tale composizione è da considerarsi alla stregua della poesia perché evoca e sintetizza, tra originalità e opportune citazioni, le qualità del sentimento che rende felici le nostre vite: l’amore. Anche se viene e va.

ll testamento di Tito (1970): E’ il pezzo simbolo dell’album “La buona novella”, disco incentrato sulla figura di Gesù considerato da Faber il più grande rivoluzionario della storia. Tito, a ben vedere, sarebbe uno dei ladroni crocifisso insieme a Cristo, però quello buono. In questo testo Tito ripercorre e analizza i dieci comandamenti, come se facesse un testamento, e riflette sul senso della legge di Dio. La visione di De Andrè è una visione critica nei confronti di una legge divina in nome della quale si può anche uccidere un uomo senza averne pietà. Sicuramente detiene un tono altrettanto critico nei confronti di quegli uomini di fede che sono tali sono nell’apparenza e non nell’animo. Tito, sebbene peccatore, è l’unico che “prova dolore nel vedere un uomo che muore” e con quest’ultima strofa c’è il riscatto del peccatore che sembra essere l’unico ad aver “imparato l’amore”.

Verranno a chiederti del nostro amore (1973): In questo brano De Andrè racconta la fine di un ‘amore ma indaga anche sulle cause che hanno condotto al culmine della storia. Si tratta di un mix di emozioni, tra dolore, sconforto e rammarico che confluiscono nella consapevolezza di non essere riusciti a cambiare le cose “non sono riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato lo sai“. Ma dal testo si evince inoltre la necessità di continuare ad avere rispetto di una storia d’amore lunga nonostante la separazione, “tu non darglielo in fretta“. Forte è il senso di difesa e protezione di quei sentimenti che sono stati e che non saranno più.

La canzone dell’amore perduto (1974): Questo testo, a ben vedere, pare abbia molto di autobiografico. Infatti si dice che questi versi, a tratti poetici, siano stati scritti da Fabrizio al culmine del matrimonio con la prima moglie Enrica Rignon, madre di Cristiano. La canzone, inoltre, la cui melodia è stata presa in prestito da Adagio di Philip Telemann per Tromba ed Archi, ha due narratori: nella prima strofa un lui, mentre nella seconda una lei. Nonostante le diverse teorie sul perchè di una scelta tanto strana, alcuni ritengono che la prima strofa appartenga ad un momento in cui l’uomo dialoga con la donna rivelandole il suo finito amore, nella seconda invece, si può pensare che lui resti solo con sè stesso e i suoi pensieri.

Hotel Supramonte (1981): Tra tutti i brani composti da Fabrizio De Andrè, questo forse è quello più emozionante per il significato che nasconde. Infatti il Supramonte è il posto della Sardegna in cui lui e la sua compagna Dori Ghezzi furono tenuti per 4 mesi a seguito del rapimento organizzato dalla malavita sarda nel 1979. Si tratta di uno dei luoghi più belli della regione, tra natura e buon cibo e per questo è facile trovarvi hotel e bar sparsi in tutto il territorio. Faber e la compagna furono liberati solo dopo il pagamento di un riscatto della somma di più di 500 milioni. Nel corso degli anni, l’artista genovese ha sempre sottolineato il lato umano dei rapitori, fornendo loro il suo perdono, cosa che invece non fece per i presunti mandanti del sequestro : “Ho perdonato loro [i sequestratori] perchè, potendoci fare del male, hanno scelto di trattarci bene. Vorrei che certi catoni, certa gente che mi dice ‘Dovevi prima impiccare e poi perdonare’, vivessero l’esperienza che abbiamo vissuto noi e provassero quanto è importante, in quelle condizioni, essere trattati con umanità”.

Crêuza de mä (1984): Inutile ribadire che il testo è interamente in dialetto ligure, come l’intero disco dall’omonimo titolo. Se dovessimo fornire una traduzione si potrebbe parlare di “viottolo di mare”, ovvero la strada che delimita due proprietà e che porta sempre al mare. Nell’idioma genovese De Andrè riscopre un linguaggio antico, tra i più usati nel Mediterraneo nell’ambito della navigazione e degli scambi commerciali, arricchitosi nei secoli di innumerevoli influenze, con espressioni dal greco, dall’arabo, dal francese e dallo spagnolo. Protagonisti del testo sono i marinai e le loro vite da eterni viaggiatori, ma anche le loro sensazioni e le esperieze vissute sulla loro pelle. L’album omonimo è stato considerato una delle pietre miliari della musica degli anni ’80 e Byrne ha dichiarato a Rolling Stone che si tratta di di uno dei dieci dischi più importanti nel panormama internazionale musicale del decennio.

Don Raffaè (1990): Qui protagonista è il brigadiere Pasquale Cafiero che lavora nel carcere di Poggio Reale da molto tempo e negli anni ha stretto amicizia con don Raffaè, un boss camorrista. Nella realtà don Raffaè era il boss della camorra Raffaele Cutolo che una volta venuto a conoscenza dell’esistenza del brano scrisse a De Andrè per congratularsi aggiungendo : ‘Non capisco come abbia fatto a cogliere la mia personalità e la mia situazione in carcere senza avermi mai incontrato‘. In effetti nè Faber nè Massimo Bubola, coautore del brano, avevano avuto modo di informarsi precisamente sul personaggio prima della sua detenzione. Questa storia sottolinea le problematiche dei carceri e la corruzione diffusa tra le guardie e i boss. Particolare la scelta di utilizzare il dialetto napoletano ed il ritornello è, infatti, un rimando ad una canzone di Modugno del 1958 (‘O ccafè). Il resto della composizione individua una serie di pensieri in prima persona dello stesso brigadiere, che apre il giornale e inizia a discutere delle notizie che legge con don Raffaè, al quale chiede consigli e opinioni e – verso la fine – anche un lavoro per il fratello.

Antonella Valente
Informazioni su Antonella Valente 55 Articoli
GiornalistaT&M Giornalista Pubblicista | Dottoressa in Giurisprudenza Teatro | Cinema | Cultura

1 Commento

  1. Non esiste un brano meglio di un’altro e non si può stilare una classifica dei dieci migliori! Tutti i brani e testi di De André sono numero “UNO”.

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