Pere Ubu live al Monk di Roma: entusiasmo e applausi David Thomas

Sì, d’accordo. Dopo le defezioni e le dipartite eccellenti, bisognerebbe chiamarli ancora Pere Ubu? Se quello che conta di più in una band è lo spirito che la tiene in vita, la risposta, dopo lo splendido live di ieri sera al Monk di Roma, non può che essere positiva. Perché il sodalizio guidato da David Thomas, unico membro fondatore rimasto, ha dimostrato in questo primo tour italiano dopo la reunion che la sua proposta musicale è ancora, nonostante le quattro decadi passate dagli esordi,  una delle più originali e variegate dell’intero panorama alt rock.

Forte di una discografia estremamente ricca ed articolata, il combo di Cleveland è salito sul palco alle dieci in punto e, pescando a piene mani dai classici del passato (a partire dalla pietra miliare “The modern dance”) fino all’ultimo ellepì “20 years in a Montana Missile silo”, ha chiarito -se mai ce ne fosse stato bisogno- il motivo per il quale moltissimi gruppi dei generi più vari consideri ancora oggi il suo avantgarde garage un punto di riferimento imprescindibile.

Thomas, nonostante la necessità di doversi esibire seduto a causa dei malanni fisici che da tempo ormai lo affliggono, si è rivelato, come era lecito aspettarsi, un frontman fuori dal comune. Non soltanto per le doti canore ed espressive (rari, molto rari e comunque giustificati, i cali di intensità della sua ugola), ma anche e soprattutto per la capacità di interagire con un pubblico all’interno in mezzo al quale trovavano spazio rappresentanti di almeno quattro generazioni diverse, tutti, senza eccezione, irretiti dalla favella spigliata di questo grande personaggio.

Aneddoti, battute, veri e propri sketch con il batterista Steve Mehlman, senza per questo togliere nulla alla bontà della performance, che, al di là di qualche piccolo problema tecnico, è stata ineccepibile, soprattutto per quanto concerne il muro ritmico, con lo storico bassista Tony Maimone propulsore di un inesauribile cascata di note e groove che hanno fatto breccia nel cuore delle prime ma anche delle ultime file.

Unica perplessità, se tale può essere considerata, è l’esecuzione nei bis fittizi (“I’m too old for these bullshits”, ha sentenziato il cantante al momento di portare a termine la scaletta) dei classici del punk-garage americano Kick out the Jams  degli Mc5 e Sonic Reducer dei Dead Boys (che però, ricordiamolo, annoveravano nella propria line up alcuni membri dei Rocket from the tombs, prima band di Thomas). Niente, comunque, che il pubblico romano non abbia apprezzato tributando un’autentica ovazione al gruppo al termine di un’esibizione che si farà certo fatica a dimenticare.

Federico Falcone
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