David Bowie: le sfaccettature di un mito che non conosce limiti.

Il mondo continua a omaggiare uno degli artisti più influenti e poliedrici di tutti i tempi, rivoluzionario e brillante fino alla fine, leggenda musicale e icona assoluta di stile: David Bowie. Da non perdere, sarà a breve la mostra “Heroes-Bowie by Sukita” (30 marzo – 28 giugno) presso il Palazzo Medici Riccardi di Firenze, in cui saranno esposte 60 fotografie, alcune in anteprima nazionale, dell’artista ritratto da un maestro indiscusso della fotografia giapponese: Masayoshi Sukita.

Mai classificato in un unico genere, mai stereotipato, la forza di Bowie è stata l’estrema versatilità che padroneggiava egregiamente sia attraverso la voce che nel look. Ha fatto sì che il lato più bello della sua arte fosse questo continuo reinventarsi, comunicando sempre un messaggio. “Recitando” i suoi alter ego in modo autentico, Bowie si assicurava sempre la sua identità attraverso vestiti, capelli e make-up. Lui era Ziggy Stardust, Aladdin Sane, il Thin White Duke, ma era ogni volta se stesso, con la sua androginia e la volontà di abbracciare tutte le forme della moda.

Contro ogni pregiudizio e convenzione, irrompe sulla scena col suo primo album, David Bowie (1967), in perfetto stile “Mod”. Raffinato accento inglese, capelli biondo naturale precisamente pettinati con frangia e riga di lato, pantaloni alla caviglia, camicie e giacche classiche, stivali a punta o stringate, facevano di lui il perfetto gentiluomo inglese. Il suo carisma unico è già chiaro, ma con Space Oddity (1969) arriva il successo e l’inizio dell’era sperimentale di questo mito. L’intero album è un omaggio al personaggio immaginario del Major Tom e alla sua ricerca per raggiungere la Luna, proprio in un periodo di grande interesse per i viaggi spaziali (di lì a pochi giorni la missione Apollo 11 e l’allunaggio). Bowie è ispirato da “2001: Odissea nello Spazio” di Kubrick ed è affascinato dal senso di isolamento che pervade il film. Inizia, tra il folk e il glam rock, a esprimere il suo alter ego Ziggy Stardust, con sopracciglia rasate, accenni di make up, tutine spaziali dai colori fluo, pop, metal, zampe d’elefante e stivaletti con tacco. Con Hunky Dory (1971) e Aladdin Sane (1973) e i grandi successi Life on Mars? e You Pretty Little Thing, Ziggy sperimenta la sua evoluzione in Aladdin Sane scoprendo finalmente il mondo del make-up. Il suo truccatore è una vera leggenda: Pierre La Roche, l’artista del trucco per il cast di The Rocky Horror Picture Show (scusate se poco!). Gli elementi identificativi di Bowie sono: cerone, eyeliner geometrico, mascara, ombretti dai colori più vivaci, blush e lipstick, nonché l’iconico fulmine che attraversava i suoi occhi o una luna dorata al centro della fronte. A completare il look gli iconici capelli rossi scalati, abiti attillatissimi, metallizzati e glitterati, stivali con grosso plateau e tacco quadrato. Si assicura il suo status di icona di moda in tutto il mondo, e Kubrick, a quei tempi con Arancia Meccanica, resta la sua fonte ispiratrice. Tra la metà degli anni ’70 e l’inizio degli ‘80, al ritmo di successi come Station to Station e Heroes David torna repentinamente ad essere l’english gentleman, dando vita al personaggio del Duca Bianco: completi, cravatte, camicie e scarpe eleganti tornano protagonisti della sua immagine. I capelli impomatati all’indietro, tinti di un bellissimo biondo oro, fanno da cornice al trucco, che resta gran parte del personaggio di Bowie, con tocchi di matita, ombretto nero e blush scuro. Trascorsi gli anni ’80 e l’era pop dell’ album Let’s Dance (1983), all’inizio degli anni ’90 ha già intrapreso la sua collaborazione con Mick Jagger e inizia a cantare con la heavy rock band Tin Machine, incoraggiato a tornare alle sue radici più rock e col nuovo millennio la sua immagine muta in quella di un moderno bohemien: capelli biondo cenere, cappotti, completi, camicie ampie e gilet sono alla base del suo stile chic ritrovato, che lo accompagnerà fino alla fine.

La bellezza di Bowie è sempre stata la sua intraprendenza a viaggiare ed esprimersi tra epoche e stili senza mai sacrificare il suo fascino o la sua personalità.

David continuerà a ispirare stilisti, mode, eventi, a essere attuale con la sua musica e le sua attitudine. Mi piace ricordarlo con questa frase tratta da Quartz: «…non somigliava alle altre celebrità del suo tempo. Non aveva la virilità di Paul Newman o Steve McQueen. Nè la sensualità ribollente di Mick Jagger o Robert Plant. Era più strano, più cerebrale. Ma la sua inclinazione ad abbracciare la sua stranezza lo rendeva il più affascinante».

Daria Lucci

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