Dado: “Sto vivendo il mio sogno nel cassetto. Ecco il mio Super-ficiale”

Classe 1973, Gabriele Pellegrini, in arte Dado, come tutti lo conosciamo, è in giro per i teatri italiani con il suo nuovo spettacolo “Il Super-ficiale“, esatto contrario del supereroe che data la sua provenienza terrena si adatta a vivere seguendo i classici luoghi comuni e fa cose di fretta non preoccupandosi delle conseguenze. Acclamato grazie a programmi tv come il “Maurizio Costanzo Show” e soprattutto “Zelig” per il quale nel 2002 vinse anche il premio “Massimo Troisi”, questa volta Dado si cala nel ruolo di un improbabile eroe dei nostri tempi illustrando un personale punto di vista sulla nostra società, divenuta appunto profondamente superficiale.

Quando nasce l’idea di questo spettacolo?
E’ una considerazione che ho fatto quando ho incontrato una volta una persona superficiale, poi due volte, poi tre e via dicendo. Sono diventate una sequela, tutti i giorni, tutto il giorno, in qualsiasi ambiente ed erano persone alle quali chiedevo informazioni e che si sono rivelate superficiali, questo mi ha fatto decidere di scrivere uno spettacolo sull’argomento, che evidentemente merita attenzione.

E cosa deve aspettarsi il pubblico che viene a vederti a teatro?
Si tratta di un one man show, un monologo, ma si avvale anche della presenza di ballerine. La scenografia rappresenta uno spaccato di un profilo urbano con un manifesto 6×3 con dei cassonetti che di solito indicano una differenziata, ma per questa occasione, visto che il superficiale non approfondisce, invece di carta, vetro e plastica, in scena c’è un cassonetto per la cultura, la tecnolgia e l’arte. Il superficiale è in qualche modo un individuo di questo periodo che un pò rifiuta la nostra storia e tutte le possibilità di connettersi. Si ha la psosibilità di avere in tempo reale tutte le informazioni possibili, ma poi i siti più visitati sono quelli porno. Questo ci fa capire che solo il 2% delle persone si interessa davvero a tutto il resto.

C’è un messaggio che vuoi veicolare oppure no?
Io faccio il comico quindi non mi metto a pontificare, ma per gioco incito ad essere quell’uomo superficiale. Ogni periodo storico ha la sua caratterizzazione. Gli anni 70 erano anni impegnati, gli 80 più leggeri, rivolti all’edonismo, alle mode, mentre negli anni 90 c’era più attenzione. Oggi abbiamo questo periodo ed io invece di criticare faccio un elogio alla superficialità che è esattamente lo schema per il quale l’individuo si rappresenta meglio in Italia ma anche nel mondo. Se abbiamo un’isola di plastica grande due volte il Texas vuol dire che nessuno si rende conto realmente di quello che sta accadendo.

Lo spettacolo vuole individuare una soluzione?
Beh, no! Voglio mostrare al pubblico una realtà per quello che è e far vedere fino a che punto si può arrivare allo sfacelo. Se ci si appoggia al niente e si continua a fare sempre dei ragionamenti adolescenziali è normale che ci ritroviamo cinquantenni che ragionano come ragazzini se non si viene educati a dovere. Certo non voglio sostituirmi agli educatori e chi viene a vedermi si diverte tanto perchè lo spettacolo è scritto con una geometria comica notevole. Allo stesso tempo, però, lo spettatore, chi più, chi meno, si immedesima in quello che accade sulla scena.

Quando e come nasce la tua passione per la musica, la recitazione e il cabaret?
Sono cresciuto negli anni 80, periodo in cui c’era un programma tv che si chiamava Drive In, in cui ebbero molto successo diversi comici tant’è vero che a scuola si rifacevano i tormentoni che si erano ascoltati in tv la sera prima. Fui molto catturato da quel periodo e poi alla fine mi sono trovato a fare la stessa identica fine di quello che volevo fare da ragazzino. Ho preso parte a Zelig, programma che ha fatto al storia dell tv italiana e poi, il giorno dopo, nelle scuole gli studenti ripetevano le mie battute (ride ndr) . Il fatto di vivere in un periodo storico in cui è possibile fare comicità e satira di qualsiasi genere è importante, nel dopo guerra non sarebbe stato possibile. La comicità rappresenta una forma di comunicazione, un ulteriore punto di vista per guardare il mondo.

C’è qualcosa nella tua carriera che non rifaresti?
Con il senno di poi è un gioco troppo semplice da fare. Solo un regista può tornare indietro a cancellare delle cose se si rende conto che magari il film è troppo lungo. Questo è un privilegio che può avere un regista cinematografico. Chi vive la vita deve prendersi anche la responsabilità delle cose che fa e ha fatto e io me le prendo sempre e continuerò a farlo.

Oltre questo spettacolo, cosa bolle in pentola?
Questo intanto è il frutto di un pensiero nato l’estate scorsa e lavorando tutti i giorni abbiamo sviluppato un canovaccio e sono venute fuori altre idee per darvi una conformazione teatrale. Con la regia di Fabrizio Nardi, Pablo di “Pablo e Pedro”, abbiamo chiuso le virgolette dell’intera formazione e siamo ancora in scena. Ad oggi ancora non penso alle cose future ma di spunti ve ne saranno tanti. Questo tipo di offerta teatrale che propongo è una delle cose più premiate che offro e che la gente apprezza, quindi sicuramente continuerò a sviluppare prodotti simili.

Sogni nel cassetto?
I sogni nel cassetto ce l’hanno i bambini! Il mio sogno nel cassetto era questo qui, fare quello che reputo il mestiere più bello del mondo e contornarmi di persone che ne possono trarre dei benefici, dai colleghi, agli autori e al pubblico. Il mio sogno era questo qua, il palcoscenico. Più che un cassetto o un cassettone si tratta di un armadio che al posto delle ante ha il sipario e questo sogno me lo sto vivendo con molta consapevolezza.