Fabrizio Coniglio si racconta: “Ecco la mia modesta idea di teatro”

Noto a tutti come l’agente Visione nella fiction Rai L’Allieva, Fabrizio Coniglio è prima di tutto un attore di teatro e regista. A lui si deve il riadattamento teatrale del romanzo di Vincenzo Cerami Il Borghese piccolo piccolo, che sta ottenendo un enorme successo in giro per l’Italia grazie anche alla bravura e professionalità di Massimo Dapporto.  Coniglio però è anche un autore molto attento alle storie che vuole raccontare e si batte per far ritrovare al teatro italiano la sua vera identità. Lo vedremo a gennaio sul grande e sul piccolo schermo nel film biopic su Mia Martini, nonchè nel ruolo di un padre di una violinista ipovedente nella fiction Rai in 6 puntate La compagnia del cigno che racconta la storia di 8 ragazzi che suonano al Conservatorio di musica classica di Milano, ma la musica, come l’attore sottolinea a Trend&Moda, non è preponderante, ma lo sono i loro sogni e le loro aspirazioni.

A gennaio uscirà  al cinema il biopic su Mia Martini, nel quale tu interpreterai un suo discografico Roberto Galanti…

Si, interpreto un suo discografico che era presente quando lei partecipò al primo Sanremo. Mi è piaciuto molto questo personaggio perchè è quello attraverso il quale, infatti si vede nel trailer, si percepisce questa sorta di superstizione – assurda – nei confronti della cantante. Infatti, ad esempio, ho una scena di discussione con un dirigente Rai per tale questione… e devo dire che, per alcuni aspetti, tra cui anche questo, la realizzazione del film è stata una scelta coraggiosa.

Sei in scena anche con “Stavamo meglio quando stavamo peggio” insieme a Stefano Masciarelli..

Questa è una commedia più leggera che ho  cambiato in estate perchè molti teatri ci avevano chiesto un sequel dello spettacolo. Si tratta di una commedia musicale insieme a Stefano Masciarelli e abbiamo voluto raccontare le differenze di vita tra il passato e il presente tramite gli oggetti. Ad esempio raccontiamo dei treni espressi in confronto agli altavelocità di oggi, oppure dei bagni automatizzati rispetto ai bagni molto più semplici di una volta, dei giochi di società diversi dai giochi virtuali, delle cartine stradali rispetto ai tom tom. Per cui prima avevamo maggiore memoria dei luoghi che erano anche dei punti di riferimento, ora invece sembriamo lobotomizzati!

…e secondo te quali sono le maggiori differenze tra il teatro del passato e quello di oggi?

Il teatro in questo momento vive, secondo me, una fase molto importante in cui deve ritrovare un’identità perchè tutta la vecchia generazione dei grandi attori sta scomparendo. Si stanno proponendo al teatro commerciale nuovi nomi, che arrivano dalla televisione o da percorsi più particolari a differenza della fascia di attori di una volta che, invece, veniva dal teatro, poi faceva la rivista e la televisoine e poi ritornva al teatro. Al tempo la tradizione teatrale era fortissima, adesso invece si rischia di coinvolgere persone che non hanno la stessa tradizione solo perchè si guarda agli incassi. Il teatro commerciale deve guardare non solo al botteghino ma anche alla storia che si vuole raccontare. Questa forma di crisi è vissuta anche al cinema. Vediamo che il cinema d’autore nel nostro paese sta pian piano scomparendo perchè non ha la possibilità di esprimersi. La cosa cui si deve riflettere ancora è data dal fatto che la gente vuole vedere in scena o sullo schermo una storia, non vuole più vedere gli attori che recitano o il cinepanettone anche a marzo! Bisogna interrogarsi sul perchè si porta in scena quel determinato spettacolo piuttosto che un altro, anzi spesso ho visto cose delle quali mi sono chiesto il perchè senza ottenere alcuna risposta. Inoltre è necessario dare spazio alla nuova generazione e mi rincuora dire che la generazione di mezzo è molto restia al passaggio del testimone! Spesso sento additarmi come un “giovane regista”, ma ho 43 anni e non sono un giovane regista, si è giovani a 20 anni! In Francia alla mia età si dirige un teatro… ad esempio..

E’ stato difficile riadattare a teatro “Il Borghese piccolo piccolo” che aveva avuto successo sia come romanzo sia come film?

Non è stata un’operazione facile, ma erano tanti anni che avevo il desiderio di raccontare questa storia, era ancora in vita Vincenzo Cerami e poi dopo la sua morte mi chiamò la moglie dandomi l’ok. Mi sono sempre confrontato per ogni scelta di adattamento con la famiglia Cerami, con cui ho un ottimo rapporto, e anche con Nicola Piovani che ne ha curato le musiche, il migliore amico di Vincenzo. Tutte persone estremamente garbate che avevo capito il mio intento, tutt’altro speculativo. Problemi ne ho avuti per la produzione perchè ho impiegato 3 anni per farlo produrre, addirittura per un certo periodo ho pensato di produrlo autonomamente chiedendo prestiti in giro, pur avendo un titolo del genere e un primo attore come Massimo Dapporto. La fortuna ha voluto che mentre mendicavo tra i produttori di Roma mi contattasse il produttore abruzzese Pietro Mezzasoma – che ha più di 70 anni – che da vecchia volpe ha compreso il potenziale di un simile spettacolo. Devo dire che adesso gli altri produttori si staranno mangiando le mani (ride ndr).

Come è nata l’idea di scrivere un testo sull’omicidio di Nicola Calipari?

Il viaggio di Nicola Calipari  l’ho prodotto personalmente perchè non ci sono produttori che avrebbero acconsentito. Questo testo l’ho scritto ormai 11 anni fa ed è nato perchè mi aveva colpito molto la storia, poi essendo figlio di un Generale del sud in pensione,  che aveva i baffi come Calipari, mi ha creato molta affezione. L’idea nasce anche perchè si tratta un omicidio di stato molto grave che è passato in secondo piano. La domanda che dovremmo porci è: perchè non bussiamo alla porta di chi ha ucciso uno dei più grandi rappresentanti del nostro paese in quanto capo del dipartimento ricerche dei servizi all’estero? perchè si tratta degli americani? Credo che nel nostro paese vi siano morti si serie A e morti di serie B e alziamo molto la voce quando abbiamo a che fare con paesi minori, vedi l’Egitto, rispetto invece ad un paese come gli Stati Uniti. Questo spettacolo racconta tutta la drammaticità del sequestro, di quest’uomo che con strategia e intelligenza si è adoperatto per liberare una giornalista, Giuliana Sgrena –  che ci accompagna sempre in giro per l’Italia –   tra l’altro lontanissima dal suo mondo, ma dà l’anima e la vita per questa donna, in quanto il suo ultimo gesto prima di morire è quello di coprirla con il suo corpo per proteggerla.
Calipari fu celebrato come eroe all’inizio e poi dimenticato.

Come nasce la tua passione per il teatro?

Ormai nasce 22 anni fa! Mia madre fu consigliata da un’insegnante perchè ero troppo esuberante e quindi mi segnò ad una scuola di teatro, quando era adolescente. Finito il liceo, mi iscrissi ai concorsi per le accademie e mi presero prima a Milano e poi per motivi disciplinari  mi trasfeririono all’accademia filodrammatica perchè ero incontenibile! (ride ndr).  Poi l’anno successivo mi presero allo Stabile di Genova. Dopo 3 anni di scuola di teatro, un regista mi scelse per il suo spettacolo a seguito di alcune selezioni ed esattamente 20 anni fa ho debuttato da professionista nel grande Teatro della Corte e da lì piano piano sono cresciuto. Nel corso degli anni poi non mi bastava più fare l’attore ma volevo raccontare delle storie che a me interessavano e da lì ho iniziato il cammino da autore.