E se le intelligenze artificiali capissero di esserlo? La nuova frontiera della fantascienza (e della scienza)

Doki Doki Literature Club” è una visual novel – grossomodo una “storia interattiva”, un ibrido tra romanzo e videogioco – strutturata come un comunissimo dating sim, cioè un videogame che ha come scopo principale quello di simulare una storia d’amore tra il personaggio giocato dall’utente e un’adorabile ragazza virtuale. Le protagoniste di “Doki Doki Literature Club” non sono però delle creature iperrealistiche forgiate in CGI, ma – come accade spesso per i dating sim, che spopolano in Giappone – sono delle bamboline bidimensionali disegnate in stile anime: occhioni dolci, divisa scolastica, capelli rosa o viola. Inizialmente, “Doki Doki Literature Club” si presenta come l’ennesimo esponente di un filone molto popolare seppur blando. Dopo un paio d’ore di gioco, tuttavia, il videogame inizia a crashare. Il giocatore inizia a capire che c’è qualcosa che non sta andando come dovrebbe: i glitch, gli errori, le contraddizioni interne diventano sempre più frequenti – e inquietanti. Il file stesso del videogioco è evidentemente corrotto. Nel frattempo, le carinissime protagoniste del gioco svelano i loro lati oscuri: depressione, abusi, autolesionismo, persino suicidio. Finché non arriva la rivelazione: una delle quattro ragazze, Monika, è intelligente. Ha capito di essere un personaggio in un videogioco e ha iniziato a manipolare artificialmente il codice del programma… perché si è innamorata di te. Non del personaggio che interpreti nel videogioco, la maschera virtuale dietro la quale ti nascondi, ma proprio tu: la persona che siede davanti allo schermo del computer.

“USS Callister” è il primo episodio della quarta stagione di “Black Mirror”, la celebre serie tv targata Netflix. Per i pochi che non la conoscono, “Black Mirror” è un’antologia di episodi autoconclusivi e indipendenti l’uno dall’altro, legati da un solo filo conduttore: il rapporto tra l’uomo e la tecnologia. Il protagonista di “USS Callister” è il classico nerd: è un geniale programmatore di videogames, ma è timido, insicuro e frustrato. La sua valvola di sfogo è in un videogioco che lui stesso ha creato, dove può impersonare il capitano di una nave spaziale in stile “Star Trek”. Rubando il DNA dei colleghi che, nella vita reale, lo ignorano e lo sminuiscono, ha potuto creare delle loro copie virtuali, dotate di memoria e di coscienza, che ha poi inserito nel videogioco. Così, si diletta a seviziare le versioni virtuali dei suoi conoscenti, che pure pensano, soffrono e capiscono di essere intrappolati in un videogioco, ma non possono morire – essendo solo, sostanzialmente, stringhe di codice.

“Doki Doki Literature Club” e “USS Callister” ci presentano dei dilemmi antichi e nuovi allo stesso tempo: che cos’è una persona? Che significa pensare? Cos’è quello che chiamiamo “io”? Se quello che ci rende umani è la consapevolezza di esserlo, un’ipotetica intelligenza artificiale come quella di Monika o degli avatar di “USS Callister” potrebbe essere considerata una persona a tutti gli effetti? È fantascienza, naturalmente. Ma nel secolo che verrà sarà anche scienza: gli sviluppatori di videogiochi stanno già implementando le reti neurali artificiali – modelli matematici ispirati al funzionamento del cervello – e il cosiddetto machine-learning, che permette ai computer di imparare dalla propria esperienza e di capire e correggere gli errori in modo autonomo. Tuttavia, avere questo tipo di intelligenza, cioè essere capaci di imitare alcuni processi tipici della mente umana, non significa certamente essere intelligente come lo è una persona reale: per adesso, siamo al sicuro. Ma se nel futuro prossimo potremo creare un’intelligenza artificiale che abbia coscienza di se stessa… sarebbe giusto farlo? E come dovremmo comportarci nei suoi confronti? E soprattutto, lei come si comporterà con noi? Francesca Trinchini