“Le mie eroine sono imperdonabili, ma Dio lo è ancora di più”. La cantautrice Maria Antonietta racconta il suo primo libro

Raramente le donne beneducate fanno la storia, disse la storica Laurel Thatcher Ulrich. La sua missione accademica era recuperare le storie di quelle “donne beneducate” confinate ai margini della Storia, che sono state taciute per secoli. Questa citazione, però, è stata estrapolata dal contesto e ha assunto un significato leggermente diverso, ma ben più audace: le donne che fanno la storia non sono beneducate. È proprio questa la premessa di Sette ragazze imperdonabili. Un Libro d’Ore, l’esordio letterario della cantautrice Maria Antonietta, uscito il 19 marzo per Rizzoli: un mix di prosa, poesia e collage, scandito dall’alba ai vespri come un libro di preghiere. “Sette ragazze imperdonabili si inserisce nella tradizione del Libro d’Ore, che è un libro di preghiera. La mia è una versione laica, ma è ugualmente un libro di devozione, perché è dedicato a sette donne con le quali ho sempre avuto un grande dialogo a distanza, e che mi hanno formata dal punto di vista umano e artistico” racconta Maria Antonietta, al secolo Letizia Cesarini. “Mi sono ispirata ai Libri d’Ore perché il Medioevo e la storia della Chiesa mi affascinano moltissimo”.

Hai tre album all’attivo (Maria Antonietta, Sassi e Deluderti), e ora anche un libro. Parlaci del tuo passaggio dalla musica alla letteratura.

Hanno una radice comune, che è la mia grande passione: la poesia. La poesia è il punto di partenza di tutto, anche di quello che sono come persona. Le parole sono sempre venute per prime, anche nella musica: quando scrivo le canzoni, parto sempre dal testo. Sono una lettrice compulsiva, e da un po’ di tempo pensavo a quanto sarebbe stato bello poter scrivere qualcosa oltre alle canzoni: così, mi sono cimentata in questo esperimento un po’ audace. Le parole hanno una dimensione molto centrale nella mia vita, al di là della mia attività musicale, quindi scrivere un libro è stato un approdo abbastanza naturale.

Il concetto di “perdono” è fondamentale nella religione cristiana, eppure tu hai deciso di scrivere un Libro d’Ore su sette ragazze “imperdonabili”. Come mai?

L’aggettivo “imperdonabili” crea un clash con la prospettiva cristiana secondo la quale nessuno è imperdonabile, e così rimarca la forza dell’aggettivo: se sei così imperdonabile da andare persino oltre la grazia di Dio, devi aver fatto qualcosa di gravissimo. Volevo rimarcare quanto queste sette figure siano state sovversive, destabilizzanti. Hanno deciso di non tradire la propria complessità, di rendere giustizia a sé stesse: quando non smussi i tuoi spigoli e non abdichi alla tua visione, puoi anche restare sola e risultare antipatica. Dentro a un Libro d’Ore, il significato della parola “imperdonabile” si centuplica.

Perché hai scelto di pubblicare con il tuo pseudonimo? Questo libro è più di Maria Antonietta o più di Letizia?

Non sento una grande distanza tra Maria Antonietta e Letizia, anzi, c’è molta contiguità. In fondo, non so neanche più bene quale sia la differenza tra le due: la mia attività è abbastanza totalizzante, e comunque quando scrivo canzoni non faccio mai troppa fiction. Ho deciso di pubblicare con lo pseudonimo perché volevo che il libro facesse parte di quello stesso percorso che ho iniziato con i dischi. Inoltre, sono convinta che occuparsi di musica “leggera” in senso lato non escluda interessi più intellettualmente impegnati. Ad esempio, nel libro compaiono delle figure non esattamente pop (come Cristina Campo, Etty Hillesum, Marina Cvetaeva) che sono conosciute soprattutto dagli addetti ai lavori. Mi piaceva il fatto che questi spunti curiosi e sotterranei, questi argomenti non semplicissimi come la poesia e il dialogo con Dio delle protagoniste, comparissero nel libro di una persona che si occupa di musica.

Quali sono le ragazze di cui avresti voluto parlare nel libro, ma che poi hai deciso di escludere (se ce ne sono)?

Non ce ne sono. Le sette ragazze sono sempre state loro. Non ho avuto grandi ripensamenti, né ho dovuto riflettere molto sulla scelta, che è stata quasi automatica: alla fine, sono loro sette le figure che ho amato e letto di più. Ho anche deciso di aggiungerne un’ottava in appendice, Mary Delany: volevo che il libro fosse circolare, perché è proprio Mary Delany l’autrice del disegno in copertina. La circolarità è tipica del Libro d’Ore, perché la preghiera si ripete sempre uguale, esattamente come si ripetono le giornate: è un eterno ciclo.

E quali sono le ragazze imperdonabili che vedi oggi attorno a te?

Ne vedo molte, il che mi dà molta fiducia, e mi piacerebbe vederne di più. La speranza è che ci siano sempre più ragazze imperdonabili: nessuna si deve sentire in obbligo di essere qualcosa o di non essere qualcos’altro. Il nostro è un percorso di consapevolezza che non è ancora giunto a compimento. L’unico modo per contribuire è dare il proprio esempio: non semplificarsi, non appiattirsi sui soliti cliché, non andare alla ricerca disperata dell’approvazione di qualcuno. In questo modo possiamo incidere davvero sulla realtà, e io nel mio piccolo cerco di farlo. Sono molto fiduciosa.

Il libro ha un’estetica molto particolare (è arricchito da una serie di collage che tu stessa hai realizzato). Quali sono state le tue ispirazioni?

Io sono sempre stata molto appassionata di collage. Me ne sono innamorata mentre realizzavo la tesina della maturità: in quel periodo ho scoperto l’artista dadaista Hannah Höch, che all’inizio del Novecento ha realizzato una serie di collage meravigliosi. I Libri d’Ore avevano sempre un corredo di miniature che combinava la parola con l’immagine, quindi ho deciso che anche nel mio libro ci sarebbe stata una componente visiva. Mi è venuto naturale scegliere i collage, perché tuttora mi ci dedico spesso. Ho cercato di illustrare in modo molto sintetico ogni singolo racconto, servendomi di disegni, incisioni, acqueforti, tutte in bianco e nero (perché ovviamente il libro non sarebbe stato stampato a colori). Sono felice di aver potuto inserire dei collage nel libro, è stato un esperimento molto divertente.

Non è una contraddizione parlare di donne audaci e disobbedienti in un libro che ha una così forte impronta religiosa?

La mia percezione di Dio non è per niente ortodossa. Per me, Dio è il più imperdonabile di tutti: è l’unico che si concede il lusso di sorprenderti come vuole e quando vuole. Dio non può essere definito, non ricerca alcun tipo di compiacimento, non si limita né si recinta: è la vastità della possibilità. Secondo me, esiste un grosso pregiudizio su Dio. Nel libro, Dio non è un modello di perfezione con il quale queste ragazze si devono confrontare. Non le fa sentire in difetto, anzi, è il loro primo complice: infatti le ragazze cercano il dialogo con Qualcuno che esiste senza porsi alcun limite, esattamente come loro. Dio è dentro al libro in un modo molto forte, per questo i racconti sono sette, che è il numero della compiutezza e della perfezione. Tuttavia, Dio non è un modello di perfezione al quale aderire, ma un modello di libertà al quale tendere.

Francesca Trinchini