Le rare immagini della Shoah recuperate dagli album segreti dei nazisti

Le immagini della vita quotidiana degli ebrei durante l’olocausto sono rimaste nascoste negli album dei soldati della Wehrmacht per anni. Dariusz Dekiert, un devoto cristiano polacco, le trova e le dona allo Shem Olam Institute, istituto fondato nel 1996 dal rabbino Avraham Krieger e che ha sede ad Israele. L’Istituto, in cui sono conservati più di 800.000 documenti ed oggetti espositivi, si impegna da sempre nell’esposizione e nell’analisi di come individui e comunità ebraiche abbiano affrontato, spiritualmente e non, il terribile periodo dell’Olocausto.

Lo Shem Olam Institute ha lanciato un progetto speciale negli anni passati, collezionando foto degli ebrei durante il periodo dell’olocausto. Non si tratta delle “solite” famose immagini della propaganda nazista, bensì foto conservate negli album privati dei soldati delle truppe tedesche, che hanno voluto documentare fotograficamente il loro periodo di servizio militare.

Molti proprietari degli album, dichiara ufficialmente lo Shem Olam Institute, vogliono sbarazzarsi di queste foto che collegano i membri delle loro famiglie alla Germania Nazista.

Questa è una foto di alcuni bambini ebrei durante l’olocausto. Il fotografo è un soldato tedesco della Wehrmacht. Così come farebbe oggi un qualsiasi loro coetaneo, questi bambini, forse forzatamente, forse ingenuamente inconsapevoli, posano di fronte al loro fotografo, sorridendo ed eseguendo i suoi ordini. Il risultato appare quasi routine, ma non c’è nulla di convenzionale in questo scatto. Un momento congelato dell’Europa infernale attraverso la quale sono passati –anche- i bambini ebrei, che non si rendono conto di come in realtà siano solo un passatempo nelle mani dei soldati tedeschi, che hanno perso la loro umanità.

Durante l’invasione della Polonia, la fotografa Leni Riefenstahl si trovava nella città di Konskie mentre 30 cittadini venivano sottoposti ad esecuzione poiché accusati di aver scatenato una rivolta contro i soldati tedeschi. Secondo quanto ricorda, la Riefenstahl tentò di fermare l’esecuzione, ma un soldato tedesco, contrariato, minacciò di spararle lì sul luogo se non si fosse levata di torno. La fotografa ha inoltre affermato di non sapere che le vittime fossero ebrei. Questa foto mostra l’edificio prossimo al punto in cui gli ebrei furono fucilati.

Questa foto fatta nel ghetto di Varsavia sembra sia stata inscenata. Vale a dire, è probabile che i soldati tedeschi si siano imbattuti in una sinagoga ed abbiano ordinato ai fedeli di posare per una foto.

Il rogo della Sinagoga di Kotzk. Questa foto del 1941 mostra la sinagoga ebraica in fiamme. Queste immagini erano attaccate a foto con cui i soldati tedeschi documentavano la raccolta delle lapidi dal cimitero di Kotzk, che successivamente sarebbero servite a scopo costruttivo o per asfaltare strade. Il fenomeno dei roghi delle sinagoghe era ben conosciuto in Polonia, ma è tuttavia difficile trovare documentazione di qualche tipo di questi incidenti.

Dariusz ha imparato velocemente l’Ebraico, lo Yiddish e persino l’Aramaico, con l’intenzione di tradurre il Talmud in polacco in futuro. Dopo aver completato gli studi si è stabilito a Lodz. Ha tenuto lezioni all’università, e dopo essere stato autorizzato dal Ministro della Giustizia Polacco a lavorare come traduttore professionista ha fondato un’azienda che offre traduzioni dall’ebraico al polacco e viceversa.

Il suo attuale lavoro, rivela al quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth, riesce a mettere insieme le sue più grandi passioni – la storia, la geografia e il Giudaismo.

“È parte del mio lavoro ricollocare i documenti, le foto, gli oggetti e il materiale storico che furono lasciati in Polonia e che sono ora in mano di privati, e intraprendere le trattative necessarie ad ottenerli”, dice. “È importante avere grande pazienza e capacità di negoziazione. In Polonia e Germania ci sono decine di migliaia di immagini di ebrei scattate dai soldati tedeschi che sono ora invecchiati o morti”.

Qual è stato l’oggetto il cui ritrovamento ti ha maggiormente emozionato?
“Una valigetta arrivata dal ghetto di Lodz, che ho acquistato personalmente da un privato. Era vuota e sembrava averne passate molte, ma notai un dettaglio che poteva far risalire ad un nome, che sfortunatamente non sono riuscito ad identificare. La persona che me l’ha venduta disse che suo padre l’aveva rubata a degli ebrei che l’avevano con sé sul treno diretto ad Auschwitz. Dopo un lungo periodo di ricerche, lo Shem Olam Institute è riuscito ad individuare i parenti di tali persone ad Israele, ed il fatto che gli sia poi stata restituita e sia tornata in mano ad ebrei mi ha mosso a commozione, fino alle lacrime.

Un altro oggetto che mi colpì molto fu un gioiello creato fondendo due monete polacche insieme. Sul retro vi era disegnato il ponte del ghetto di Lodz con l’iscrizione “Alla mia amata madre”. Sfortunatamente, non abbiamo avuto modo di risalire all’autore del gioiello”.

Oggi Dariusz vive vicino alla comunità ebraica di Lodz. “Vedo il mio lavoro come una rettifica”, dice, “specialmente quando si tratta di restituire le foto degli ebrei durante l’olocausto in mano alla comunità ebraica”.

Cosa pensa la tua famiglia del tuo lavoro?
“Inizialmente lo hanno trovato strano, ma ora ci hanno fatto l’abitudine”.

Articolo: Jacopo De Marco
Credits: liberamente tradotto e riadattato da https://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4316685,00.html