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Musica… per bambini? Faccia a faccia con Rancore, il suo rap ermetico e il significato di essere bambini

Il rapper Tarek Iurcich, conosciuto come Rancore, ha un modo tutto suo di parlare è stata questa una delle mie prime impressioni, quando l’ho intervistato per Trend&Moda in occasione del suo prossimo tour, durante il quale presenterà il suo nuovo album, Musica per bambini. Rancore pensa alla velocità della luce, e le parole gli bastano a stento per fissare tutti i suoi pensieri. Quindi, sia nel rap che nella conversazione, Rancore si trova a dover direzionare un torrente di parole potenzialmente infinito… ma lo sa fare molto bene: lo si capisce immediatamente ascoltando le sue canzoni, o leggendo i suoi testi, densi e profondi Rancore li definisce ermetici come poesie.

Come è nato il tuo pseudonimo e perché hai scelto un sentimento negativo come il rancore per definirti? Pensi di essere una persona rancorosa?

Questa è una domanda che mi hanno fatto non poche volte! (Ride, ndr). Ho scelto il nome Rancore a quindici anni circa, quando ho inciso il mio primo disco. A quell’età, travestirci con qualcosa di negativo può sembrare una buona idea. Non ho mai scelto di cambiare nome perché, crescendo, ho dato un significato diverso al rancore. La musica che faccio, il mio modo di stare sul microfono, ciò che mi porta a scrivere è sempre un’energia potenziale, inespressa; la sensazione che sotto ci sia qualcosa di più grande, di cui si riesce a vedere solo la punta dell’iceberg. Il rancore è questo: un odio nascosto, segreto, che può uscire fuori grazie alla musica. Il mio obiettivo è sconfiggere, esorcizzare questo sentimento, più che venderlo.

Hai esordito nella scena rap e hip hop italiana da adolescente. Cosa ricordi di quegli anni?

Mi sono rimasti impressi soprattutto i primi viaggi che ho fatto per la musica. Quando ero piccolo avevo pochi mezzi per spostarmi e i viaggi mi sembravano eterni, anche se dovevo semplicemente andare in un locale dall’altra parte di Roma. Forse era la novità, forse il timore, forse semplicemente il traffico… sembrava un’odissea. A sedici, diciassette anni ho iniziato a viaggare da solo anche fuori Roma, per partecipare alle gare di freestyle nel resto d’Italia. Partivo con il pullman, ma una volta sceso non sapevo nemmeno dove fosse il locale e non avevo uno smartphone, perché all’epoca ancora non c’erano! Ricordo una volta che sono andato in Puglia, il pullman mi ha lasciato in una strada secondaria e non sapevo minimamente come raggiungere il locale dove si teneva la gara, che era a sei chilometri di distanza, tutta campagna. Una persona mi ha sentito chiedere informazioni e mi ha dato un passaggio per un tratto di strada; poi sono entrato in un bar, ho chiesto di nuovo informazioni, un’altra persona mi ha sentito e mi ha dato un altro passaggio fino al locale. Probabilmente, mi avranno visto talmente sperduto e spaurito… Quella fu l’unica gara di freestyle che vinsi. In tutte le altre sono arrivato sempre secondo! (Ride, ndr).

Come mai hai dato al tuo stile la definizione di hermetic hip hop? Ti sei ispirato all’ermetismo letterario?

In realtà, quando ho definito il mio stile “ermetico” non mi stavo riferendo ai poeti ermetici, bensì a quello che li aveva ispirati, cioè la dottrina filosofica dell’ermetismo. L’ermetismo si sposa bene con un certo tipo di forma: una forma più nascosta (come il sentimento del rancore, di cui parlavamo prima), segreta, quasi in codice, con più livelli interpretativi.  La letteratura ermetica, magica, alchemica mi ha sempre affascinato; solo che i poeti ermetici usavano poche parole, io invece ne uso tantissime. Ho trovato nella letteratura molti spunti e idee per utilizzare la mia fantasia che, nella dimensione dell’ermetismo, ha la stessa importanza della realtà. Ermetico non è solo il mio modo di fare rap, ma anche di vivere l’hip hop.

Il tuo ultimo album, Musica per bambini, è un concept album? Quali sono i suoi temi principali?

Sicuramente è un concept album, ma si prende le sue libertà – come i bambini. È un disco “bambino” ma non parla necessariamente di un bambino: ha uno spirito fanciullesco, ma messo dentro alla rabbia, al rancore e alla sofferenza che ho provato prima di scrivere i testi. Il filo conduttore è il modo in cui un bambino si approccia a questo mondo “vecchio”. Tra i temi ci sono la mancanza di comunicazione e l’assenza di fiducia verso le cose più grandi. Oggi, un individuo nella società non solo non ha più fiducia nei confronti delle istituzioni, ma non riesce nemmeno a comunicare, e se lo fa, lo fa attraverso dei mezzi preimpostati, uguali per tutti, che però non sono giusti per tutti. L’album parla di controsensi, perché l’album stesso è un controsenso: nel titolo leggi “musica per bambini”, poi ascolti il disco e non è affatto così. Nel disco, la stessa sofferenza inspiegabile si esprime in varie sfaccettature (e in questo concetto c’è molto ermetismo). In questo senso, Musica per bambini è un urlo.

Nella canzone finale del disco, Questo pianeta, tu dici: “Conosco infiniti modi di comunicare / Ma parlare italiano mi solletica la lingua“. C’è qualcosa di speciale nella lingua italiana che ha influenzato il tuo modo di fare rap?

Sì, perché la lingua italiana è complicata, e rende complicato l’intero processo del fare rap: hai un’enorme quantità di parole a disposizione e devi trovare quella più precisa; è difficile fare le rime perché non ci sono molte parole tronche, come invece in francese e in inglese, e non entrano mai nella frase. Se un alieno scendesse sul pianeta Terra, si divertirebbe a parlare italiano, perché sentirebbe la lingua solleticare. Inoltre, per me l’italiano ha un forte legame con le formule magiche, perché non sembrano appartenere a una lingua tanto diversa dall’italiano (e anche le formule magiche fanno rima, come ad esempio “abracadabra”). Fare rime in italiano ha il suo potere, perché l’italiano ha mantenuto bene il suo “fuoco” originario, e quindi anche il suo legame con la realtà che racconta. Spesso penso che non siano le parole a fare rima, ma le cose: nel momento in cui due parole fanno rima, in un certo senso fanno rima anche le cose che quelle parole rappresentano, e lo sento particolarmente nell’italiano.

Consigli per un artista emergente?

Penso che continuerò a sentirmi emergente per tutta la vita, nel senso originario della parola: la sensazione di dover “emergere” da qualcosa non mi abbandonerà mai, perché dovrò sempre riemergere da qualcosa che mi butta giù, e probabilmente quel qualcosa sono io stesso. Questo può essere uno spunto per il consiglio che vi posso dare: prima di tutto, sapersi ascoltare. Se qualcuno scrive canzoni, è perché si sa ascoltare da dentro. Ed è un errore, anche al di fuori del mondo della musica, non ascoltarsi più. Devi essere un bambino, in un certo senso: sincero, come lo eri quando hai scritto una canzone che ti ha portato qualche risultato. E non devi abbassare mai la guardia nei confronti di un mondo che ti vuole portare su troppo velocemente, solo per poi farti cadere giù.

Francesca Trinchini

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