T&M incontra Ale&Franz: cambiano i tempi ma le miserie dell’uomo sono sempre le stesse. Noi come Gaber e Jannacci

Uno spettacolo dal sapore nostalgico, alla riscoperta della proprie radici e di quella scintilla che ha dato il via ai primi 24 anni di una carriera intensa e, per i più, invidiabile. “Nel nostro piccolo” rappresenta l’essenza della comicità e dell’arte di Ale&Franz, una tra le coppie italiane più amate e longeve in ambito televisivo e ora teatrale. Li abbiamo intervistati in occasione della tappa abruzzese, ad Avezzano, in quella che, a tutti gli effetti, è stata una chiacchierata trasversale dai gusti più disparati.

“Nel nostro piccolo” è una ricerca del vostro io, delle vostre origini. Come nasce questo spettacolo?

Alcune cose ce le portiamo dentro da sempre, come la scuola di Gaber e Jannacci. Non è un omaggio nella sua accezione più classica perché tutti i pezzi sono nostri. Di loro, infatti, abbiamo preso solo le canzoni. E’ stata questa l’ispirazione, come se avessimo voluto proseguire il loro percorso, quello dove si sono fermati. Ci piace definirlo, anche se impropriamente, uno spettacolo a otto mani. E’ un connubio, una collaborazione tra il loro e il nostro lavoro. E’ l’incontro tra le nostre comicità.

Gaber, Jannacci e la scuola milanese, Sordi e la scuola romana, Troisi e la scuola napoletana. Mondi diversi in cui, però, c’è l’essenza della comicità italiana. Con loro si è chiusa una parentesi artistica inimitabile?

Il mondo e la società sono cambiati. Tutto, rispetto a quando abbiamo iniziato ventiquattro anni fa, è cambiato. Il rapporto tra la gente e il pubblico era più diretto ed era la base di questo lavoro. Ora si comunica coi social e i giovani hanno meno esigenza di confrontarsi con un pubblico reale. Siamo in una fase di passaggio, si notano meno le cose. Prima l’unico canale per emergere era andare nei locali e farti conoscere e, se valevi, facevi strada. Ora è tutto ridimensionato e i momenti per incontrare il pubblico sono molto meno.

Si è perso, quindi, quel lato artigianale strettamente connesso all’attività teatrale e artistica, più in generale?

Bella domanda. Sicuramente si è evoluto. Anche questo mestiere è cambiato. Noi, ventiquattro anni fa, abbiamo ereditato un lavoro che sembrava essere sempre quello, fin dagli inizi dei tempi. Adesso no, è cambiato anche a causa del modo di comunicare. Si è passati da uno spazio reale, dove è nato il cabaret, a uno spazio virtuale che ha, sì, spazi positivi, ma anche numerose pecche.

I Blues Brothers erano in missione per conto di Dio. Quale è, invece, la missione di Ale&Franz?

Raccontare quello che si ha dentro. Tutti coloro che fanno questo lavoro dovrebbero avere il desiderio di narrare storie, ciò che si ha dentro e la vita di tutti i giorni. Siamo, prima di tutto, autori. Abbiamo ripreso il lavoro del Gaber e di Jannacci e l’abbiamo declinato in questa forma.

Cosa, in questi ventiquattro anni di onorata carriera, non avete approfondito a sufficienza?

Tante cose che, però, vanno di pari passo con la vita. Si matura e si invecchia e cambiano i valori e il modo di guardare il mondo e le persone attorno a esso. Sul palco porti una faccia, che è quella artistica, che ha diverse sfaccettature. Porti un aspetto di te che è un’evoluzione di tante dinamiche. Ce ne sono di cose che vorremmo fare e che, chissà, racconteremo nei prossimi spettacoli

C’è della malinconia nel vedere come sono cambiati i tempi che viviamo e quello che, quindi, è stato il vostro percorso in questi anni?

Siamo una generazione fortunata, ottanta anni fa avremmo vissuto due guerre. La malinconia è una presa di coscienza che vede l’uomo al centro di tutto, con le sue piccolezze e le sue povertà. I nostri genitori, i nostri nonni, vivevano in mondo di povertà ma ora, nonostante sia ricco, c’è comunque gente che fa la fame. L’emarginazione c’è, è visibile e la trattiamo nel nostro spettacolo. La storia cambia ma le miserie dell’uomo restano sempre quelle.

Ci sono dei temi e delle sfaccettature che riprendete dalla scuola romana di Alberto Sordi?

Quelli di Sordi erano personaggi reali. Ora li vediamo e sentiamo brutti ma erano personaggi di quel tempo. Gente che, nei “Soliti Ignoti” si accontenta di mangiare un piatto di pasta quando il colpo va male. Non c’era niente e ciò che muoveva la gente era la fame. Anche mia madre, molto anziana, tutt’ora mi dice che non le passeranno mai gli incubi legati alla fame, al freddo e agli stenti di quei terribili anni. Personalmente mi fa male vedere che il teatro, un posto magico dove nascono storie ed emozioni, non venga ben valutato e frequentato dalle nuove generazioni. Le cose belle del passato andrebbero valorizzate, non dimenticate. Chi inizia ora non ha la stessa fortuna di chi ha iniziato diversi anni fa.

Stiamo realizzando quest’intervista il giorno in cui Massimo Troisi avrebbe compiuto 66 anni..

Grande perdita, sia artistica che, soprattutto, umana. Non ho avuto modo di conoscerlo ma so per certo che era una persona straordinaria. Peccato sia andata come è andata, avrebbe potuto fare davvero cose molte belle. Ha lasciato un grande vuoto.

Charlie Chaplin sosteneva che il mondo appartiene a coloro che osano. Possiamo dire che, all’interno della società odierna, l’osare e il sognare sono diventati sempre più marginali?

Forse si, ma perchè manca la storia e il ricordo di eravamo fino a poco tempo fa. Se non si ha memoria, non si ha futuro. Ripenso ai racconti dei miei genitori e degli anni più bui della loro vita. Mi hanno insegnato il rispetto per la vita, per le cose, per il cibo. Tutta quella sofferenza deve essere utilizzata per non fare gli stessi errori, deve rimanere un tratto indelebile in tutti noi. Da quella si dovrebbe ripartire per non commettere degli errori e apprezzare ciò che si ha intorno.