VI Nazioni: T&M incontra R1823, parola a Duccio Fumero: non giochiamo, subiamo senza avere un piano di gioco

Il Sei Nazioni è alle porte e con esso i dubbi amletici (ma neanche tanto) che accompagnano la partecipazione della nazionale italiana. Siamo pronti? Non siamo pronti? Possiamo fare uno scherzetto a qualcuno? Dobbiamo rassegnarci all’ennesimo cucchiaio di legno da aggiungere a una collezione che farebbe invidia a qualsiasi chef pluridecorato?

Qualcuno ha definito questa edizione “la più competitiva di sempre” ma il nostro team dovrà fare a meno di alcuni giocatori chiave ben difficili da rimpiazzare, Minozzi, Polledri e Bellini su tutti. A questi si devono aggiungere Bisegni, Violi, Giammarioli, Zani e Gega. Per chi, come noi, non ha una rosa profonda e competitiva, sono defezioni che hanno un peso incredibilmente rilevante.

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L’Italia, però, è chiamata a dare una risposta d’orgoglio. Sappiamo bene quali sono i nostri limiti ma è giusto pensare di poterci spingere oltre, nello sport come nella vita. Un aspetto è sotto gli occhi di tutti: non giochiamo bene. Non produciamo un rugby di qualità – se non a tratti e in momenti isolati – e non sempre riusciamo dare una svolta alla partita quando questa si mette male. Il che, purtroppo, accade di frequente. Di questo ne abbiamo parlato anche con Duccio Fumero, blogger di R1823.

In tre anni quali sono stati i progressi nel gioco dell’Italia, considerando da dove è partita?

Purtroppo in questi anni di progressi se ne sono visti pochi. Personalmente all’inizio dell’avventura di Conor O’Shea ero ottimista, avevo visto sia nel tour in America sia nei test match autunnali del suo primo anno un’idea di gioco innovativa rispetto al passato. Invece, col passare del tempo le scelte del ct hanno ricalcato quelle di chi l’ha preceduto. Cioè puntare principalmente su un gioco difensivo, scegliendo giocatori più “di peso” che di qualità. L’Italia in questi anni non ha creato un suo stile di gioco, ma ha continuato a subire gli avversari, senza mai provare a inventarsi qualcosa per metterli seriamente in difficoltà.

Piano di gioco: sembra essere uguale per ogni squadra che si affronta. Nessuno si accorge che forse si dovrebbe cambiare qualcosa?

E’ un tema che, ahimè, si riaggancia a quello precedente. Faccio due esempi che mi stanno a cuore, Ruzza e Barbini. Si tratta di due giocatori “leggeri”, ma dalle qualità individuali e offensive importanti. Ottimo handling, capacità di inventare e di offendere. E da sempre messi ai margini, con O’Shea che preferisce giocatori come Zanni o Fuser in seconda linea, o che ha testato giocatori come Tuivaiti o Licata in terza. Giocatori più “pesanti”, ottimi in mischia chiusa dove possono spingere, potenzialmente ball carrier più devastanti, ma che non hanno quel “quid” per inventare. Insomma, O’Shea gioca un rugby conservativo, senza guizzi, dove si preferiscono giocatori “ragionieri” a quelli inventori.

Quindi parliamo anche di scelte obbligate?

Con queste scelte diventa naturale, come dici tu, che il piano di gioco azzurro non cambi, perché non hai giocatori che si adattano ad altre giocate né che sanno pensare a un piano B. Aggiungo una nota a parte. Quest’anno vediamo – ma già anche l’anno scorso – la Benetton saper creare un gioco più offensivo e divertente, che mette in difficoltà gli avversari. Eppure gli stessi giocatori – da Steyn a Hayward – una volta in nazionale non sanno dare quella spinta alla squadra che danno in biancoverde. Perché?

Foto: Elena Datrino – Photostudio